marcosperandio.net Rss https://www.marcosperandio.net/ Marco Sperandio - Chairman Rea Dalmine S.p.A. - Gea S.r.l - Bioagritalia S.r.l it-it Fri, 5 Jul 2024 19:02:14 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 presidenza@greenthesisgroup.com (Marco Sperandio) presidenza@greenthesisgroup.com (Marco Sperandio) Archivio https://www.marcosperandio.net/vida/foto/sfondo.jpg marcosperandio.net Rss https://www.marcosperandio.net/ Tecnologia e Ambiente: Marco Sperandio spiega come Greenthesis sta cambiando la gestione dei rifiuti contenenti PFAS https://www.marcosperandio.net/post/491/tecnologia-e-ambiente-marco-sperandio-spiega-come-greenthesis-sta-cambiando-la-gestione-dei-rifiuti-contenenti-pfas

Il Gruppo Greenthesis è l’azienda italiana di riferimento nel settore della gestione rifiuti, valorizzazione energetica, tecnologie innovative e qualità certificata per il contenimento di emissioni in atmosfera.

Uno dei maggiori problemi emersi negli ultimi anni nella gestione dei rifiuti è l’eliminazione dei PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) che sono tra i principali responsabili della contaminazione delle falde acquifere. Questi composti chimici, utilizzati prevalentemente dall’industria, presentano rischi significativi per la salute umana e l’ambiente, in quanto noti per la loro persistenza nell’ambiente. Sono utilizzati in vari settori industriali, come la concia delle pelli, la produzione di carta, le padelle antiaderenti e le schiume antincendio. Queste sostanze sono resistenti ai processi naturali di degradazione e possono accumularsi nei tessuti umani e vegetali. I PFAS possono causare danni al fegato, malattie della tiroide, obesità e problemi di fertilità. La loro persistenza nell’ambiente aumenta l’esposizione umana e ambientale.

In Italia è emersa una situazione molto critica soprattutto in Veneto, in cui è intervenuto il Gruppo Greenthesis per limitare al minimo la presenza residua delle sostanze tossiche grazie ad un impianto dalla tecnologia innovativa.

Il Gruppo Greenthesis segue da anni il problema legato alle emissioni di PFAS avendo realizzato un impianto specifico nella discarica di Gea Sant’Urbano per trattare il percolato all’interno della discarica evitandone l’invio a depuratori esterni non dotati di specifiche tecnologie per il loro abbattimento

Marco Sperandio, responsabile del coordinamento tecnico degli impianti di trattamento del Gruppo Greenthesis, dal 2017 Presidente del C.d.A. di BIOAGRITALIA srl, dal 2014 di REA DALMINE SpA e dall’inizio del 2020 Presidente del C.d.A. di GEA srl., descrive la situazione attuale e come sarà possibile anche in futuro affrontare al meglio il problema.

Grazie al nostro impianto ad alta tecnologia di Gea Sant’Urbano riusciamo a ridurre notevolmente la presenza di PFAS presenti nelle acque civili e industriali, che, se scaricati in fognatura, passano praticamente inalterati nel processo depurativo di impianti tradizionali, perché solo una piccola parte si concentra nel fango e viene trattata dall’impianto di depurazione e disidratato per poi essere inviato ad impianti esterni, ma il grosso rimane nell’acqua essendo molecole che non si degradano nel processo biologico a fanghi attivi

L’impianto Greenthesis a Gea Sant’Urbano concentra le sostanze inquinanti (tra cui i PFAS) in un concentrato che rappresenta circa l’8% del refluo trattato mentre il 92% può essere quindi scaricato in corpo idrico superficiale per un utilizzo irriguo. Il concentrato viene poi inviato ad impianti in grado di eliminare queste molecole principalmente tramite trattamenti termici quale la termodistruzione.

Gli impianti tradizionali italiani di depurazione di acque civili e industriali non hanno tecnologie di trattamento di acque contenenti PFAS, come anche documentato da un recente studio dell’Istituto Mario Negri all’interno di un progetto europeo del 2023: la maggior parte dei PFAS presenti nelle acque di scarico trattate da impianti di depurazione tradizionali passa inalterato e per questo poi si ritrova nei corpi idrici.

Il beneficio maggiore del nostro impianto – continua Sperandio - è che non trasferiamo a impianti esterni le 15.000 tonnellate di percolato prodotto dalla discarica. L’esigenza di realizzare questo impianto è nata dalle criticità emerse in passato in Veneto relativamente all’inquinamento delle falde ad uso idropotabile causate da sversamenti di un’industria del Vicentino. Se per quanto riguarda il trattamento delle acque ad uso potabile la tecnologia più affidabile è l’utilizzo di filtri a carboni attivi, per le acque industriali ed i percolati, ma anche negli impianti di depurazione a fanghi attivi che ricevono flussi di reflui da industrie, la presenza di alte concentrazioni di questi e altri inquinanti fanno sì che i carboni attivi non siano la soluzione migliore per il loro trattamento."

Il nostro impianto consiste in un triplo stadio di osmosi con membrane in grado di trattenere le sostanze organiche ed inorganiche, a valle dell’osmosi con un doppio stadio di evaporazione il concentrato osmotico viene ulteriormente trattato e concentrato ulteriormente ottenendo un residuo che è circa l’8% dele refluo in ingresso all’impianto.

L’UE e l’Italia stanno dibattendo sulla produzione dei PFAS, che sono molto presenti a livello industriale, tipo nel tessile e conciario, in uso quotidiano (vestiario, padelle antiaderenti, pellicole alimentari). Alcuni paesi dell’UE vorrebbero vietarli, altri paesi li stanno regolamentando imponendo dei limiti allo scarico in fognatura o in corpo idrico superficiale.

Il problema che sta emergendo, e prevedibilmente aumenterà con il diffondersi di impianti di trattamento per questa tipologia di inquinanti, è lo smaltimento di questo concentrato in quanto vi è scarsa disponibilità di impianti di trattamento termico in Italia e la spedizione in impianti esteri non è semplice sia per i limitati impianti comunque disponibili sia per le caratteristiche di questi rifiuti. Al momento in Italia non vi è una regolamentazione univoca e ciò può determinare un fenomeno di trasferimento di questi rifiuti tra una regione e l’altra in cerca di impianti o tecnologicamente adatti alla rimozione di queste sostanze o di impianti in cui non vi sono limiti specifici allo scarico. Ci potranno essere quindi soluzioni sia di installazione di piccoli impianti all’interno di industrie che hanno nel loro ciclo produttivo questi inquinanti, sia di realizzazione di impianti centralizzati al servizio di distretti industriali che rischiano in futuro di non poter più scaricare in fognatura le loro acque per mancanza di trattamenti specifici negli impianti di depurazione civili.

Il gruppo Greenthesis – conclude Sperandio - sta elaborando ulteriori ricerche con il settore Ricerca e Sviluppo. Greenthesis ha acquisito la società Carborem la cui tecnologia, basata su un processo di Hydro-Thermal Conversion (HTC) che converte digestati e rifiuti organici in energia e materiali ad alto valore aggiunto, tramite una idrolisi termica che nasce per essere applicata al trattamento dei fanghi dei depuratori."

Operando a circa 180° a 12 bar, il processo opera una lisi del fango migliorando la produzione di biogas e riducendone i quantitativi in disidratazione, studi in corso stanno dimostrando che l’applicazione di questa tecnologia sul concentrato dell’impianto di trattamento del percolato riesce a distruggere gran parte dei PFAS ivi presenti: la ricerca ha come obiettivo l’individuazione delle migliori condizioni tecniche (temperatura-pressione e durata del trattamento) tali da massimizzare l’eliminazione dei PFAS.

Greenthesis quindi sta dimostrando di essere una azienda non solo leader nel settore, ma strategica per la sostenibilità dell’ambiente circostante al fine di apportare benefici sostanziali anche alla salute della popolazione, non solo gestendo le risorse ed i rifiuti per trasformarli in energie riutilizzabili, ma anche per risolvere drasticamente situazioni rischiose che danneggiando l’ambiente e la natura arrecano danni notevoli all’uomo e ai suoi modelli di vita.

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Fri, 5 Jul 2024 19:02:14 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/491/tecnologia-e-ambiente-marco-sperandio-spiega-come-greenthesis-sta-cambiando-la-gestione-dei-rifiuti-contenenti-pfas marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
A2A Calore e Servizi e REA Dalmine insieme per il teleriscaldamento di Bergamo https://www.marcosperandio.net/post/490/a2a-calore-e-servizi-e-rea-dalmine-insieme-per-il-teleriscaldamento-di-bergamo

L’impianto di termovalorizzazione REA Dalmine in provincia di Bergamo parte del Gruppo Greenthesis ha stipulato un accordo con l’azienda A2A Calore e Servizi per il recupero, nella rete di teleriscaldamento, del calore prodotto dal processo di termovalorizzazione. Un progetto che una volta attuato, prevede la realizzazione nella città di Bergamo di sei chilometri di tubature che collegheranno l’impianto ai quartieri di Colognola, Malpensata, San Tomaso, stadio, via Corridoni, facendo sì che dagli attuali 30 mila appartamenti serviti da questa tecnologia si passi a circa 40-45 mila. Dalle pagine dell’Eco di Bergamo si legge che il sindaco di Bergamo Giorgio Gori ha stimato in circa due anni il tempo necessario per il completamento dei collegamenti, ribadendo che gli obiettivi ambientali che proposti in questi anni dall’amministrazione trovano un riscontro nelle attività poste in essere da dalla multiutility A2A e si implementano anche con progetti inerenti alla mobilità, alla raccolta differenziata (si pensa già alla realizzazione di una seconda piattaforma ecologica) e all’illuminazione Led.

Sono molto felice di parlare, dalle pagine del mio blog, di questa iniziativa che rappresenta un passo decisivo per il territorio nell’ottica della sostenibilità e dell’applicazione tecnologica delle ultime innovazioni per il miglioramento dei servizi di pubblico interesse. La collaborazione tra REA Dalmine e A2A CS trova riscontro anche nel bilancio territoriale di sostenibilità presentato da A2A ne quale si riscontra che sono cresciuti del ben 5% i bergamaschi che hanno scelto contratti di sola energia pulita a dimostrazione di come fornire questo tipo di utenza significa anche intercettare una domanda in forte crescita. Del resto, A2A è la maggiore multiutility italiana, il secondo produttore nazionale di energia, il secondo operatore nelle reti di distribuzione di elettricità e tra i primi per quanto riguarda le reti di gas e il ciclo idrico. Il progetto di teleriscaldamento con A2A Calore e Servizi rientra a pieno titolo nella vocazione alla sostenibilità di REA Dalmine e dell’intero Gruppo Greenthesis. Un impegno concreto che vede il Gruppo impegnato nel perseguire strategie aziendali che siano protese verso gli obiettivi europei in linea con l’Agenda 2030 dell’ONU, tramite la massima trasparenza aziendale e proponendo ai propri clienti offerte che prevedono forniture di energia green al 100%, ossia prodotte interamente da fonti rinnovabili.

Nel concreto cosa determinerà l’attuazione dell’accordo?

L’accordo farà sì che una risorsa già presente sul territorio, ossia il calore attualmente non utilizzato ma disponibile presso il nostro impianto situato a Dalmine, venga messo a disposizione al bisogno della città che consiste nella domanda crescente di riscaldamento e climatizzazione degli stabili di Bergamo. Con questa partnership pluriennale sarà possibile generare un incremento del 50% del calore disponibile nella rete del teleriscaldamento della Città di Bergamo grazie al recupero dell’energia generata dal nostro termovalorizzatore che sarà trasportata fino all’impianto A2A di via Goltara nella quale «verrà potenziata la stazione di pompaggio della rete del teleriscaldamento e verrà realizzato un nuovo accumulo termico, per la migliore gestione del calore disponibile»[1]. Non solo, dunque, la città potrà contare su una rete più estesa e più sicura, ma usufruirà di un servizio decisamente più rispettoso dell’ambiente: una Bergamo più green!

Inoltre per chi aderirà alla proposta entro la fine dell’anno avrà l’allacciamento gratuito (comprensivo di tutte le opere di allacciamento, di installazione della sottocentrale, di scambio termico e relativo scambiatore di calore, ricollegamento all’impianto secondario esistente), un credito di imposta in bolletta consistente in uno sgravio fiscale collegato al quantitativo di calore utilizzato e generato dal recupero energetico della quota biodegradabile dei rifiuti e anche, volendo, la possibilità con la formula Ambiente Sicuro, di affidare ad A2A CS la bonifica dei locali in cui sono presenti gli impianti, liberando lo stabile da eventuali materiali pericolosi come l’amianto e le FAV.

Il 2 ottobre, poi, l’Associazione Italiana Riscaldamento Urbano (AIRU), in collaborazione con Utilitalia (Federazione che riunisce le imprese dei servizi pubblici di acqua, ambiente, energia elettrica e gas in Italia, rappresentandole presso le Istituzioni nazionali ed europee), ha presentato, in seno al webinar intitolato “Il futuro del teleriscaldamento in Italia”, i risultati dello studio dei Politecnici di Milano e Torino sul potenziale di sviluppo del teleriscaldamento in Italia mostrando quali enormi benefici ambientali ed energetici porterebbe all’Italia l’implementazione di questa tecnologia. Il teleriscaldamento efficiente si è dimostrato uno dei maggiori strumenti che abbiamo a disposizione per il raggiungimento dell’ambizioso obiettivo della decarbonizzazione entro il 2030, ancor di più quand’esso provenga, come nel nostro caso specifico, da fonti di scarto di attività produttive (oltre che chiaramente da fonti di energia rinnovabile). Lo studio in questione ha fatto emergere che «a fronte di una domanda nazionale di calore di circa 330 TWh, attualmente le oltre 300 reti di teleriscaldamento esistenti nel nostro Paese distribuiscono all’utenza finale circa 9,3 TWh termici, con 1,7 milioni di tonnellate di CO2 di emissioni evitate ogni anno: ebbene, lo studio stima che a livello nazionale sono presenti oltre 100 TWh di calore di scarto pronti per essere veicolati tramite il teleriscaldamento efficiente, con un potenziale pari a 37,6 TWh, ossia oltre 4 volte la dimensione dei sistemi di teleriscaldamento oggi presenti»[2].

La nostra partnership, insomma, si va a inserire nello spirito delle politiche comunitarie oltre a far uso di una tecnologia innovativa, che faciliterebbe la transizione energetica delle nostre città con ricadute non indifferenti sull’ambiente grazie all’abbattimento delle emissioni di quei gas in grado di alterare l’atmosfera. Lo stesso Giordano Colarullo, Direttore Generale di Utilitalia, sempre durante il webinar, ha affermato che «il teleriscaldamento è uno dei vettori fondamentali per la transizione verde, che è ormai la strada indicata con decisione anche dall’Unione europea. Per questo motivo, oggi più che mai, è necessario comprenderne l’importanza e supportarne la centralità nel percorso verso la decarbonizzazione intrapreso dal nostro Paese»[3].

Alla luce di tutto questo non posso che essere orgoglioso e felice di questa nuova partnership che ancora una volta vede REA Dalmine sempre al passo con i tempi e anzi una delle aziende all’avanguardia del settore.

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Tue, 20 Oct 2020 08:22:55 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/490/a2a-calore-e-servizi-e-rea-dalmine-insieme-per-il-teleriscaldamento-di-bergamo marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Imprese e Università: insieme per l’innovazione https://www.marcosperandio.net/post/489/imprese-e-universita-insieme-per-l-innovazione

Da qualche anno in Italia si cerca di far fare un salto di qualità al rapporto che intercorre tra università e imprese, sia per sopperire agli scarsi finanziamenti statali elargiti a favore delle università, sia per una mancata corrispondenza tra i laureati e la giusta collocazione lavorativa (il così detto educational mismatch). Nasce proprio per monitorare e dare una sferzata a questo rapporto, l’Osservatorio Università-Imprese (istituito dalla Fondazione CRUI – Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) «con la partecipazione di esperti universitari e di rappresentanti dell’economia e delle imprese al fine di favorire la cooperazione e il dialogo fra il mondo del lavoro, la ricerca e i giovani»[1].

Ogni anno l’Osservatorio si impegna nello stilare un report[2] che tenga traccia dei progressi fatti in questo ambito e l’ultimo di questi, presentato nel luglio scorso, vedeva all’attivo più di ottanta dottorati industriali, più di centosettanta borse per dottorati executive e una cinquantina per l’alto apprendistato. Il coordinatore dell’Osservatorio, Angelo Riccaboni, ha salutato questi risultati ribadendo che essi mostrano diversi casi di fruttuose collaborazioni tra università e imprese, per rafforzare le quali «bisogna fornire visibilità alle buone pratiche e rendere il dialogo tra questi due mondi più semplice. Il vantaggio è per tutti. Lo scambio di conoscenza e l’attuazione di progettualità congiunte spingono infatti l’attrattività degli atenei, la competitività delle imprese, l’occupabilità degli studenti e la crescita economica e sociale dei territori»[3].

Insomma, la collaborazione tra il mondo universitario e quello aziendale riveste un’importanza strategica sotto molti punti di vista, primi tra tutti lo sviluppo e l’innovazione del Paese. È proprio grazie allo scambio di competenze e conoscenze diverse tra università e impresa che si può procedere verso l’attuazione di progetti comuni da un lato attrattivi per le università, ma anche in grado di incrementare la competitività aziendale, favorendo così l’occupazione giovanile e, di conseguenza, la crescita non soltanto economica del Paese. In un interessane articolo dell’Innovation Post, infatti, parlando di questa fruttuosa collaborazione si dice giustamente che «le aziende conoscono il valore di assumere risorse giovani e qualificate, in possesso di specifiche competenze in linea con l’evoluzione del business aziendale, con grande potenziale e solide basi accademiche, in grado di favorire innovazione e cambiamenti migliorativi. Allo stesso tempo, un contatto e un dialogo costanti contribuiscono a definire piani formativi specifici per i vari percorsi degli studenti»[4].

Proprio in linea e sulla scia di questo agire sinergico, si inserisce la collaborazione che la nostra REA Dalmine S.p.A. ha approvato il 5 maggio scorso con il Politecnico di Milano. Sono felice di comunicare, infatti, che è stato attivato un finanziamento per un posto con Borsa di Studio tra i Dottorati di Ricerca in “Ingegneria Ambientale e delle Infrastrutture” presso il Politecnico. Il progetto di ricerca avrà una durata di tre anni e come oggetto il recupero di fosforo dalle ceneri derivanti dall’incenerimento di fanghi di depurazione. Un argomento come questo, oltre a fornire uno stimolante percorso di ricerca, risulta di rilevanza strategica per il nostro Gruppo che, come sapete, è impegnato da anni nello sviluppo di progetti innovativi per il recupero delle materie prime seconde ottenibili dal trattamento dei rifiuti, in ottica di ottimazione e circolarità dei processi industriali.

Le attività di ricerca e di innovazione, oltre alla formazione e al trasferimento tecnologico, sono tutte leve importantissime per lo sviluppo delle aziende già esistenti e la creazione di nuove start-up. Collaborare attivamente con gli atenei, dunque, significa poter aumentare le opportunità di occupazione e crescita professionale per gli universitari e i neolaureati, dare una spinta alle imprese facendosi promotori di innovazione tecnologica con la diffusione dei risultati di ricerca, ma significa anche generare valore nelle imprese aumentandone l’attrattiva verso ipotetici investitori stranieri. Inoltre, lasciando da parte gli aspetti più spiccatamente di business, in ottica di circolarità dei processi è importantissimo investire nella ricerca e, quindi, dare fiducia ai giovani studenti meritevoli delle università italiane affinché siano incentivati a intraprendere i dottorati di ricerca, veramente operativi e con la possibilità di dare una svolta agli studi compiuti sino a quel momento lavorando sul campo.

Da un recente studio condotto dall’Università di Padova con Legambiente sulle industrie che puntano alla circolarità, è emerso, chiaramente come la realizzazione di un modello circolare presupponga «una costante collaborazione tra diversi attori e settori. La creazione di un “ecosistema circolare” attraverso il coinvolgimento e la collaborazione di tutti gli stakeholder assume un’importanza sempre più rilevante al fine di creare un contesto favorevole per l’adozione del modello circolare»[5]. Non stupisce, allora, che tra le collaborazioni più proficue per realizzare un modello di business circolare, figurino al secondo posto (46,9%) le università o i centri di ricerca pubblica.

Come REA Dalmine operiamo ogni giorno affinché si possa efficacemente percorrere questa strada ed è per questo che non posso che dirmi felice nel comunicare la collaborazione appena intrapresa con il Politecnico di Milano, nella constante speranza che quella della circolarità divenga sempre di più non soltanto una strada percorribile tra le altre, ma LA strada su cui ciascuno si impegna a costruire il futuro di tutti.

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Fri, 5 Jun 2020 09:25:11 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/489/imprese-e-universita-insieme-per-l-innovazione marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Trasformare la plastica in carburante: il problema che diventa risorsa https://www.marcosperandio.net/post/488/trasformare-la-plastica-in-carburante-il-problema-che-diventa-risorsa

È dagli anni 70 che scienziati e studiosi lavorano per riuscire nell'impresa di guarire quello che oggi più che mai sembra un fenomeno inarrestabile: l'inquinamento della plastica.

Era il maggio del 2011 quando Akinori Ito, ingegnere e fondatore dell’Azienda giapponese Blest, presentò per la prima volta al TED Talks di Tokyo la Magix Box. Questo macchinario – partendo dall’assunto che la plastica è un derivato del petrolio – è stato in grado di ripercorrere il processo produttivo del poliuretano a ritroso e di trasformare così un kilogrammo di plastica in un litro di petrolio pronto per essere utilizzato nei processi di raffinazione, per ottenere dunque benzina, diesel e kerosene[1].

 

Entrando nel merito, il processo di conversione, affinato nel tempo da un team di ricerca della Purdue University degli Stati Uniti e dalla dottoressa Linda Wang, comprende l’estrazione selettiva e la liquefazione idrotermica: nell’esperimento condotto dai ricercatori, il polipropilene è stato trasformato in carburante tramite l’utilizzo di acqua supercritica a 380-500° C e 23 MPa per un tempo di reazione tra 0,5 e 6 ore. Circa il 91% del campione è stato convertito in carburante a una temperatura di 425° C per 2 – 4 ore. I carburanti prodotti nel processo sono olefine, paraffine, idrocarburi ciclici e aromatici e la quasi totalità dei composti ottenuti possiede temperature di combustione e capacità energetica comparabili con quelli delle tradizionali nafte. Una volta che la plastica viene convertita in nafta, può essere utilizzata come materia prima per altre sostanze chimiche o ulteriormente separata in solventi speciali o altri prodotti[2].

 

Dalla teoria si è passati alla pratica: sarà realizzato in Trentino il primo impianto su scala industriale per riconvertire la plastica poliolefinica non riciclabile in biocarburante. Riplaid (Riconversione di Materiali Plastici in Idrocarburi) è un progetto di Lifenergy Italia (azienda fondata dalla Firmin, da oltre 40 anni presente nel contesto industriale di Lavis), frutto di una efficace sinergia tra mondo industriale e gli istituti di ricerca.

 

Sostenuto dalla Provincia Autonoma di Trento, Riplaid si avvale della collaborazione della Fondazione Bruno Kessler, della società Demont di Savona e del Cinsa, Consorzio universitario ambientale di Parma. L’idea che è stata messa in pista è utilizzare la plastica poliolefinica non riciclabile per ottenere un carburante conforme agli attuali standard, utilizzabile nei motori esistenti o negli impianti industriali, che sarà commercializzato direttamente nei distributori di proprietà della Firmin.

 

Tutto è nato tre anni fa per iniziativa di Samuel Le Bihan, amato ed eclettico attore francese, che mentre faceva surf in Mali ha toccato con mano gli effetti dell’inquinamento da rifiuti plastici sia in mare che nelle aree più povere del Paese. Da allora Le Bihan ha deciso di finanziare – e scendere in campo direttamente assieme al giovane ricercatore Christofer Costes – lo sviluppo di un progetto con un duplice obiettivo: contrastare l’inquinamento da rifiuti plastici (ogni anno finiscono negli oceani 8 milioni di tonnellate di plastica) e contemporaneamente fornire risorse alle comunità più povere e remote del pianeta, spesso sommerse da rifiuti.

 

“L’idea – ha precisato più volte Samuel Le Bihan – è incoraggiare la raccolta dei rifiuti prima che finiscano negli oceani e farlo grazie a un macchinario capace di produrre carburante”. Il progetto si propone come uno strumento per sostenere i Paesi in via di sviluppo, rendendo più consapevoli i cittadini non solo dell’importanza di non disperdere nell’ambiente i  rifiuti plastici, ma anche del fatto che tali scarti possono diventare concrete risorse[3].

Marco Sperandio

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Wed, 4 Sep 2019 19:43:18 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/488/trasformare-la-plastica-in-carburante-il-problema-che-diventa-risorsa marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Bioeconomia e biomasse: vantaggi e svantaggi per l’ambiente https://www.marcosperandio.net/post/487/bioeconomia-e-biomasse-vantaggi-e-svantaggi-per-l-ambiente

Trasformare la nostra economia lineare in una circular economy richiede uno studio accurato dell’attuale situazione economica e la formulazione di differenti strategie in diverse aree di competenza. Una strategia vincente è stata inquadrata, all’interno del Rapporto sull’economia circolare in Italia del 2019 a cura del Circular Economy Network , nella promozione della bioeconomia rigenerativa e nell’utilizzo a più ampio raggio delle biomasse.

Il Rapporto analizza come, tutelando e valorizzando il capitale naturale e la fertilità dei suoli, l’Italia debba puntare allo sviluppo di una bioeconomia rigenerativa che assicuri prioritariamente la sicurezza alimentare e l’agricoltura di qualità, alimentando le filiere innovative, integrate nei territori, dei biomateriali, nonché la restituzione di sostanza organica ai suoli e la produzione di energie rinnovabili, con coltivazioni in aree marginali, con prelievi sostenibili di biomassa forestale e con l’utilizzo di scarti e rifiuti organici[1].

I benefici di questa nuova frontiera economica si inquadrano non solo in ambito ecologico e ambientale, ma anche lavorativo. L’Unione Europea stima, infatti, che abbia il potenziale per creare almeno un milione di posti di lavoro entro il 2030.

Il termine Bioeconomia è presente in ambito politico e economico da più di un decennio, ma solo negli ultimi anni ha acquisito un valore fondamentale nella ricerca e nell’affermazione di una economia ecosostenibile. All’interno del volume Che cos'è la Bioeconomia di Mario Bonaccorso e Irene Baños Ruiz pubblicato da Edizioni Ambiente, la bioeconomia è chiamata a sanare alcune fra le principali sfide del nostro millennio quali cambiamenti climatici, aumento della popolazione, degrado dei suoli, perdita di biodiversità, riconciliando economia, ambiente e società[2].

La bioeconomia si basa sull’impiego una serie di materiali di origine biologica, le biomasse. Si tratta generalmente di scarti di attività agricole, che possono essere modificati attraverso vari procedimenti, per ricavarne combustibili o direttamente energia elettrica e termica. Tra queste si annoverano legna da ardere, residui di attività agricole e forestali, scarti delle industrie alimentari, reflui liquidi derivanti dagli allevamenti. Sono comprese anche piante specificamente coltivate per la produzione di energia e rifiuti organici urbani.[3]

Questi materiali possono essere riutilizzati principalmente per la produzione diretta di carburanti biologici (biofuel); per la generazione di energia elettrica e termica (biopower); o per la realizzazione di composti chimici (bioproduct).

Il processo di produzione delle biomasse è solitamente un processo di fermentazione controllata delle materie (liquami, rifiuti agroindustriali, etc.) che arrivano a produrre biogas molto ricco di metano (sino a 70%) e da cui si ricava energia elettrica messa direttamente in rete o energia termica, utilizzabile ad esempio a fini di riscaldamento delle abitazioni. La convenienza varia in base agli utilizzi. Il più efficiente uso energetico delle biomasse è stato riscontrato per il riscaldamento, la produzione di energia elettrica e i bio-carburanti di nuova generazione.

Il principale limite al loro sfruttamento come fonte di energia è legato però alla carenza di spazi per la coltivazione. Per ottenere un significativo beneficio economico sarebbe infatti necessario produrre quantità di materiale molto elevate. In questo modo, però, si sottraggono spazi alla coltivazione per uso alimentare e alle altre attività agricole.

La produzione di questa fonte bioenergetica richiede profonde modifiche nella pianificazione dell’attività agricola: la coltivazione di prodotti alimentari deve essere infatti nettamente distinta, anche per motivi di sicurezza igienico-sanitaria, da quella di fonti energetiche.

La preoccupazione di alcuni esperti, riportata anche in un rapporto dell’ONU, è che la massificazione delle coltivazioni bioenergetiche possa avere un impatto negativo, perché sottrarrebbe terra e acqua alla produzione alimentare o addirittura alle foreste. Inoltre la crescente richiesta di materie prime per la produzione energetica potrebbe far crescere i prezzi delle derrate alimentari.

Le biomasse, inoltre, non sono disponibili in ogni momento dell’anno. Non possono quindi essere utilizzate come fonte univoca di energia.

Al contrario, hanno di vantaggioso che non hanno bisogno di tecnologie avanzate o dispendiose per essere prodotte, un valore aggiunto per i paesi meno abbienti che potrebbero non solo avere un notevole impulso economico ma, con il loro sfruttamento, provvedere in autonomia ad una parte della produzione di energia elettrica.

Queste fonti sono inoltre sono scarsamente inquinanti, a sostegno quindi di uno sviluppo sostenibile del territorio. Sono infatti tra le fonti di energia più “pulite” perché di fatto, si limitano ad accelerare il processo di reintroduzione nell’atmosfera dell’anidride carbonica assorbita dalle piante. Rappresentano una preziosa risorsa, non solo a livello energetico.

L’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), all’interno del dossier “Bioenergie in Europa in una prospettiva di efficienza delle risorse” ci mette però in guardia circa il corretto modo di utilizzarle per ridurle il più possibile gli impatti ambientali.

“Le bioenergie sono un importante componente del nostro complesso di energie rinnovabili, aiutando ad assicurare una costante fornitura di energia. Ma questo studio evidenzia il fatto che le biomasse forestali e i terreni produttivi sono risorse limitate, e parte del “capitale naturale” europeo. Così è essenziale considerare i modi in cui possiamo utilizzare efficientemente le risorse esistenti, prima di richiedere nuova terra per la produzione di energia”, ha affermato Hans Bruyninckx, direttore esecutivo dell’EEA.

È una verità che gli attuali metodi di coltivazione per la produzione energetica non si sono dimostrati molto eco-sostenibili. Tanto che l’EEA sottolinea l’importanza sia di ricorrere alle colture perenni, che non danno raccolto ogni anno, favoriscono la filtrazione dell’acqua e prevengono dalle inondazioni, che di accentuare le rotazioni delle colture, utili a rigenerare i terreni.

Conoscere veramente cosa sono le biomasse, come possono aiutare nel raggiungimento di una bioeconomia rigenerativa e valutarne i pro e i contro, aiuterà noi stessi e l’ambiente.

Marco Sperandio


[2] Mario Bonaccorso, Irene Baños Ruiz, Che cos’è la bioeconomia, Edizioni Ambiente, marzo 2019.

[3] Cosa sono le biomasse e come vengono trasformate in energia: vantaggi e svantaggi, Tutto Green, 19 gennaio 2019.

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Sun, 18 Aug 2019 23:31:17 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/487/bioeconomia-e-biomasse-vantaggi-e-svantaggi-per-l-ambiente marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Impianti di termovalorizzazione, perché sono i migliori https://www.marcosperandio.net/post/486/impianti-di-termovalorizzazione-perche-sono-i-migliori

Chicco Testa, nel suo articolo Rifiuti, una sola soluzione impianti industriali, ha spiegato che la realizzazione e la messa in opera di impianti di termovalorizzazione non è obbligatoriamente un sinonimo di inquinamento ambientale e di deturpazione del territorio. Anzi, sono proprio questi impianti a terminare il ciclo di recupero energetico dei rifiuti e quindi ad inserirsi perfettamente in un’ottica di economia circolare[1].

I termovalorizzatori producono vapore ed elettricità: basti pensare che nel 2016 i 71 impianti energetici sul territorio statunitense hanno generato 14 miliardi di kilowattora di energia elettrica dalla combustione di circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani (MSW). I materiali da biomassa, qui, rappresentavano circa il 64% del totale di MSW inceneriti e circa il 51% dell'elettricità generata, la rimanente parte era costituita essenzialmente da plastica.

Una posizione, quella del Presidente di Fise AssoAmbiente, che abbiamo anche analizzato nel merito, abbracciandone i contenuti, durante la nostra partecipazione al MATER Meeting – Innovation & Technologies in Waste Recovery al Campus di Piacenza della fine dello scorso maggio[2].
Utilizzare in maniera equilibrata tutte le fasi del trattamento dei rifiuti, infatti, “può ridurre al minimo il consumo di reagenti e la generazione di residui di processo e acque reflue, rispetto a un sistema mal bilanciato con la stessa efficienza complessiva di rimozione del gas acido.

Un lavoro che va fatto in quanto, come afferma in un recente report anche la stessa Banca Mondiale, la quantità di rifiuti prodotti dall’Europa continuerà a crescere. Partendo dal principio per il quale l’obiettivo fissato è del 65% di materiali portati al riciclo e del 7% da destinare nelle discariche, infatti, si nota che i rifiuti urbani ricoprono il solo 10% della produzione totale europea. Ad interessare particolarmente gli sviluppi futuri di questo settore saranno i rifiuti non minerali e non pericolosi, per i quali entro il 2035 ci sarà bisogno di una capacità di trattamento pari a 140 milioni di tonnellate annue.

Se consideriamo che, attualmente, la capacità degli impianti di termovalorizzazione dell’Europa si assesta sulle 88,2 milioni di tonnellate, mentre quella di coincenerimento di 10,5, è evidente come ci sia una forbice di 40 milioni di tonnellate che non potranno essere gestite secondo un sistema circolare. E si tratta di un flusso inevitabile[3].

La termovalorizzazione non va pensata come un processo attivato soltanto mediante incenerimento, ma come una produzione di energia sulla base di rifiuti che passa, ad esempio, anche attraverso l’elettricità. È la trasformazione dei rifiuti in energia una delle principali chiavi di volta dell’economia circolare, e ne rappresenta uno dei perni fondanti fin dalla sua richiesta di adozione da parte dell’Unione Europea datata 2015. Questa linea d’azione rientra perfettamente per l’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e cerca di porre rimedio all’economia lineare adottata fino ad ora, improntata invece sulla logica del prendere-produrre-consumare-smaltire. Bruxelles ha quindi fissato i principi di questo (ormai decennale) paradigma nell’accrescimento della diffusione delle energie rinnovabili, nell’aumento dell’efficienza e dell’ottimizzazione energetica, nella drastica riduzione della dipendenza federativa dall’importazione delle risorse e dalla pianificazione mirata di nuove opportunità economiche e competitive[4].

Un esempio? “Nel 2007, con un trattamento di 1.792.737 tonnellate, l'energia elettrica prodotta e venduta negli impianti di termovalorizzazione era di 1.606.191 MWh. Negli ultimi anni, la capacità di trattamento dei 10 impianti spagnoli di incenerimento è aumentata e nel 2012 sono stati inceneriti 2,33 milioni di tonnellate di rifiuti, il che significa l'11% della produzione totale di rifiuti. La distribuzione dei rifiuti è stata la seguente: 1,03 milioni di tonnellate di RSU misto, 1,24 milioni di tonnellate di materiali respinti dagli impianti TMB, 0,02 milioni di tonnellate dagli impianti di selezione degli imballaggi e 0,04 dagli impianti di riciclaggio[5].

È quindi un errore associare il trattamento dei rifiuti con l’inquinamento. Lo ha affermato anche la Public Health England (formata da commissioni miste universitarie e istituzionali della Gran Bretagna), che esaminando l’effetto delle emissioni di PM10 sulle nascite nei pressi dei termovalorizzatori dei rifiuti urbani tra il 2003 e il 2010. “Più di un milione di nascite in prossimità di inceneritori di rifiuti urbani sono state esaminate in base ai seguenti parametri: peso alla nascita, piccolo per età gestazionale a termine, mortalità fetale, neonatale, post-neonatale e infantile, nascite multiple, rapporti sessuali e parto pretermine; la ricerca si conclude dichiarando di non aver trovato prove di un aumento del rischio di una serie di esiti di nascita, peso alla nascita, parto prematuro e mortalità infantile, in relazione alle emissioni di inceneritori di rifiuti urbani o vivendo in loro vicinanza[6].

Per i volumi e l’importanza che ricopre ora questa emergenza nella società dei consumi il tema dei rifiuti può e deve essere posto in primo piano nell’agenda europea e mondiale, per recuperare la vivibilità dei nostri centri urbani e cominciare a pianificare una strategia che guardi al medio-lungo periodo. Affrontarlo in maniera seria e responsabile significa soprattutto ragionare circa il nostro stile di vita, ma comprendere anche che questo problema non potrà essere risolto soltanto attraverso le tecnologie di smaltimento[7].

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Mon, 12 Aug 2019 17:15:46 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/486/impianti-di-termovalorizzazione-perche-sono-i-migliori marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Il futuro dei combustibili risiede nei carburanti puliti https://www.marcosperandio.net/post/485/il-futuro-dei-combustibili-risiede-nei-carburanti-puliti

Il petrolio continua ad essere una delle materie prime più importanti nell’economia dei nostri tempi, ma anche una tra le più inquinanti e sicuramente il tempo che impiega per rigenerarsi in natura è notevolmente inferiore rispetto all’uso che ne facciamo. Per questo da tempo si sta cercando un’alternativa ecologica ed economica ad un materiale così prezioso (tanto da regolare l’attuale assetto politico nel mondo). È da questa necessità che nasce l’esigenza dei carburanti sintetici[1], prima fra tutti la plastica.

A differenza dell’ipotesi (già testata e già in commercio) della mobilità elettrica, i carburanti sintetici sfruttano il riutilizzo di materiali che hanno terminato il loro ciclo di vita e di consumo per ottenere carburante

Un’azienda svizzera, la Grt Group, guidata dall’italiano Luca Del Fabbro (già vicepresidente del Circular Economy Network), ha deciso di investire in Italia per la creazione di impianti volti a produrre carburanti dalla plastica[3]. Il procedimento attraverso il quale sarà possibile effettuare la trasformazione è detto pirolisi, un processo di decomposizione termochimica di materiali organici, che avviene attraverso il calore ma in assenza di ossigeno, evitando quindi la generazione di composti gassosi ossidati.

È il nostro obiettivo – ha spiegato Dal Fabbro in un’intervista a Repubblica ­­– il prossimo anno costruiremo in Italia impianti poco ingombranti, grandi come un campo da tennis, e a zero emissioni dirette perché utilizzano la pirolisi. In questi impianti entreranno le bottiglie e i sacchetti di cui cerchiamo disperatamente di disfarci e uscirà carburante: 900 litri di combustibile simile al cherosene e al diesel per ogni tonnellata di plastica.

Nonostante l’impegno nelle attività di riciclo, riusciamo a smaltire solo una parte della plastica che differenziamo mentre il suo consumo è aumentato esponenzialmente negli ultimi 50 anni (20 volte per anno)[6].

Grazie all’innovazione e all’investimento della Grt Group, ogni impianto produrrà combustibile al costo di 25 dollari al barile; un terzo rispetto alle attuali quotazioni del petrolio. Il combustibile avrà ovviamente meno impatto sull’ambiente comportando un taglio del 70% delle emissioni di CO2 rispetto ai combustibili fossili. Il carburante sarà compatibile coi motori e con le industrie e avrà il pregio di sfruttare unicamente la plastica dispersa nell’ambiente. L’intento è quello di produrre nuovo valore dai materiali arrivati alla fine del loro ciclo di utilizzo e produrre combustibile utile ai veicoli già in circolazione.

La Grt ha studiato anche una batteria capace di risolvere uno dei problemi persistenti delle energie rinnovabili: immagazzinare energia in modo durevole. Hanno ipotizzato di “stoccare” in maniera stabile, in un liquido, l’energia rinnovabile per poterla poi utilizzare in seguito[7].

I benefici di questa iniziativa sono sicuramente molteplici. Il primo, ecologico, quello di impedire che una grande quantità dei materiali impiegati non venga riversata nell’ambiente. Il secondo, economico, con un notevole abbassamento dei costi del carburante.

L’Italia sembra essere al primo posto nella creazione di questi biocarburanti e le iniziative coinvolgono anche la plastica non riciclabile.

Sarà realizzato in Trentino il primo impianto su larga scala per riconvertire la plastica non riciclabile in carburante. Il progetto Riplaid[8] (Riconversione dei Materiali Plastici in Idrocarburi), sostenuto dalla Provincia Autonoma di Trento, è un’idea di Lifenergy Italia, azienda fondata dalla Firmin che opera da oltre 40 anni nel settore dei prodotti petroliferi in tutto il Trentino Alto Adige, in collaborazione con la Fondazione Bruno Kessler, la società Demont di Savona e del Cinsa e il Consorzio Universitario Ambientale di Parma. L’obiettivo è comunque il medesimo, produrre carburanti puliti che si adattino ai motori già esistenti o che possano essere utilizzati negli attuali impianti industriali. Il carburante sarà poi commercializzato nella rete di distributori della Firmin

Ancora, un team di chimici dell’Università Purdue degli Stati Uniti ha messo a punto un processo per scindere un’ampia parte della plastica in composti utili quali nafta, idrocarburi liquidi e altri solventi. Per farlo hanno lavorato sulle poliolefine (polimeri) che costituiscono il 25% dei materiali in plastica e sono riusciti a recuperarne il 90% trasformandolo in carburanti puliti[10].

Nuove idee e nuove tecnologie, quindi, per recuperare quella plastica che sta sommergendo il nostro pianeta, di cui l’80% finisce negli oceani. E nel momento in cui giunge nei nostri mari, non può essere completamente recuperata.

Marco Sperandio


[3] Giandomenico Serrao, Produrre carburante dalla plastica può rappresentare una svolta epocale, Energia e sostenibilità, 19 luglio 2018.

[6] Luca Secondino, Benzina dalla plastica riciclata: da una tonnellata 900 litri di carburante, Money.it, 14 luglio 2018.

[7] Giandomenico Serrao, Produrre carburante dalla plastica può rappresentare una svolta epocale, Energia e sostenibilità, 19 luglio 2018.

[8] Carburante dalla plastica: si può fare, Circular Economy Network, 25 gennaio 2019.

[10] Viola Rita, Plastica, una nuova tecnica per trasformarla in carburanti puliti, Wired.it, 15 febbraio 2019.

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Mon, 5 Aug 2019 17:10:15 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/485/il-futuro-dei-combustibili-risiede-nei-carburanti-puliti marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Trattare la Forsu per generare biogas: l’economia circolare riparte da qui https://www.marcosperandio.net/post/484/trattare-la-forsu-per-generare-biogas-l-economia-circolare-riparte-da-qui

La frazione organica del rifiuto solido urbano, tecnicamente denominata Forsu, è un materiale preziosissimo da trasformare in energia e nuova materia prima sotto forma di biogas (e ora anche biometano) attraverso l’utilizzo di impianti e strutture in continua innovazione, che ne ottimizzano sempre più tempi e spazi garantendone al contempo un buon livello di ecosostenibilità.

Un esempio lo fornisce il Gruppo Palmieri, che durante l’edizione 2018 di Ecomondo (uno tra i più importanti appuntamenti fieristici su green & circular economy) ha presentato l’impianto Pass che “unisce tre impianti in uno. Può trattare 10 tonnellate l'ora per la produzione di 1 MW di energia recuperando i rifiuti industriali o della Gdo”, come ha spiegato Stefano Palmieri, uno dei titolari del Gruppo attivo dal 1972 nei settori dell’ingegneria civile. Alimentato mediante i dispositivi di carico, Pass accoglie i rifiuti nel suo modulo di pre-triturazione per trattarli specificatamente mediante un trituratore lento in grado di separarli. In seguito alla separazione dei materiali vengono espulsi i corpi ferrosi attraverso un modulo di deferrizzazione e così, alla fine, si separano ulteriormente i rifiuti solidi e tutto ciò che ne rimane viene ridotto ad una poltiglia organica destinata, attraverso un’immissione nei biodigestori, ad essere trasformata in biogas[1].

Sono infatti i maggiori enti di ricerca pubblica italiana come il CNR, ENEA e RSE a confermare come, da un punto di vista ambientale ed energetico, il processo di digestione anaerobica integrato al compostaggio rappresenta oggi la migliore soluzione che si può adottare per la gestione e il trattamento della Forsu.

Prendendo come esempio il nuovo impianto di Legnano che sorgerà prossimamente sul territorio veneto, si renderà possibile ogni anno la trasformazione di 40.000 tonnellate di materiale organico in 12.400 tonnellate di verde, in 3,85 milioni di m3 di biometano (equivalenti a 3.280 tonnellate di petrolio), oltre che 23.400 tonnellate di compost[2]. Questo impianto, inserito perfettamente in un’ottica di rispetto e di fedeltà alle nuove direttive europee incentrate sull’economia circolare e sul tema del recupero, si propone come una soluzione in grado di chiudere il ciclo dei rifiuti organici mediante la loro trasformazione in energia rinnovabile e in fertilizzante naturale, contribuendo al contempo alla riduzione dei volumi da destinare allo smaltimento in discarica e delle emissioni di gas a effetto serra, oltre che dei flussi di percolato da avviare a depurazione. Tutto ciò è reso possibile grazie all’adozione di adeguate e innovative soluzioni tecnologie e impiantistiche che, fino dalla fase di progettazione, si propongono di scongiurare i possibili impatti negativi in termini di traffico veicolare e di emissioni odorigene. La stessa struttura, collocata al di fuori del tessuto urbano consolidato nel rispetto del Programma Regionale di Gestione dei Rifiuti per quanto concerne le distanze minime da rispettare, si pone anche come un elemento capace di ridurre notevolmente il suo impatto visivo così da essere armonizzato con il paesaggio circostante.

Per quanto riguarda il suo futuro utilizzo, invece, sarà Asja Ambiente Italia Spa, aggiudicatasi la gara pubblica imbandita da AMGA Legnano Spa, ad assicurare lo smaltimento della Forsu per 68 euro/tonnellata e conseguentemente a generare una diminuzione del costo del servizio per amministrazioni e cittadinanza di circa il 20%[3].

Sembra quindi che la creazione di nuovi impianti e siti di trattamento dei rifiuti non si muova in controtendenza rispetto ai dettami del nuovo sistema di economia circolare, ma che anzi si prefiguri come un utile e prezioso strumento per recuperare materia laddove veniva in precedenza scartata e sprecata.

Questa consapevolezza è già stata raggiunta in molte zone d’Italia, come ad esempio in Toscana dove la frazione organica dei rifiuti urbani è arrivata a rappresentare il 40% della raccolta differenziata e registra volumi annui pari a 500 mila tonnellate. Ecco quindi che Albe, società di Alia Spa e Belvedere Spa, ha pronto un investimento per 30 milioni di euro a Peccioli per la creazione, proprio all’interno del polo impiantistico di Belvedere, di un nuovo impianto in grado di gestire un flusso annuo di 105.000 tonnellate di rifiuti, 90.000 delle quali categorizzate come Forsu, capaci di rendere compost pari a 20.000 tonnellate e 7.500.000 Smc di biometano ogni anno. Tale impianto sarà poi in grado valorizzare il biogas della discarica di Peccioli e quindi di provvedere ad una sua autonomia energetica, in più “attraverso la digestione anaerobica della Forsu e del verde e del successivo compostaggio in biocelle saranno prodotti ammendanti e fertilizzanti per l’agricoltura, oltre a biometano per autotrazione che sarà immesso nella rete di distribuzione ed alimenterà un distributore di metano da realizzare in loco”. Il trattamento di questo impianto per i rifiuti sarà affidato alla tecnologia Plug-flow, corrispondente nella ricezione e apertura dei sacchi contenenti rifiuti organici e verde, nel vaglio e nel trattamento preventivo utile alla rimozione delle frazioni estranee, nel sottoporre il materiale alla digestione anaerobica attraverso un reattore a flusso a pistone attraverso il quale, in condizioni termofile, si arriverà alla produzione di digestato e biogas. Infine, mediante l’upgrading, quest’ultimo verrà separato in biometano e CO2 mentre il digestato subirà la trasformazione in compost nelle biocelle e quindi destinato al settore agricolo[4].

È quanto già accade a Sarmato, in provincia di Piacenza, dove Sebigas Srl e Maserati Energia Srl hanno predisposto un impianto alimentato grazie alla raccolta di Forsu e in grado di generare 5.000.000 Sm3 di biometano ogni anno, lavorando il 93% del totale dei materiali in entrata (ad eccezione di plastiche e metalli). Qui la struttura si compone di un nucleo di 5 reattori (una prevasca, tre digestori e un post-digestore) all’interno del quale prende vita il processo di digestione anaerobica a umido che porta fino al biogas. Questo, in seguito al passaggio nell’apposito sistema di upgrading, subisce la separazione tra la CO2 e il metano fino al raggiungimento degli enormi volumi sopracitati. “Siamo estremamente orgogliosi di questo progetto che non solo dimostra la nostra profonda conoscenza del mercato e delle sue dinamiche, ma soprattutto conferma la nostra piena fiducia nell’utilizzo della Forsu come risorsa per la generazione di energia elettrica e metano”, è stata la considerazione di Marco Bonvini, General Manager Sebigas.

La trasformazione dei rifiuti organici raccolti per circa 600.000 abitanti in un anno consente la generazione di un volume di gas equivalente a più di 180.000 rifornimenti automobilistici, per una percorrenza indicativa di più di 54.000.000 di kilometri (più o meno 90.000 viaggi in auto da Milano a Roma ogni anno). “La realizzazione di questo impianto rappresenta per noi un passaggio molto importante verso il futuro, in quanto l’Azienda si arricchisce di un sistema all’avanguardia, tra i primi in Italia, che completa e potenzia il processo di trasformazione della sostanza organica nel quale l’Azienda ha creduto fin dalla sua nascita”, ha aggiunto l’Arch. Paolo Maserati. “Questo è anche un modo per valorizzare le competenze tecniche di Maserati che si sono sviluppate nel corso degli anni[5].

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Mon, 1 Jul 2019 18:43:42 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/484/trattare-la-forsu-per-generare-biogas-l-economia-circolare-riparte-da-qui marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
La saturazione degli impianti e la necessità di una strategia, a partire dal packaging https://www.marcosperandio.net/post/483/la-saturazione-degli-impianti-e-la-necessita-di-una-strategia-a-partire-dal-packaging

La saturazione degli impianti di conferimento dei rifiuti, e in generale di un po’ tutto il mercato del settore, colpisce in particolar modo la plastica, che dapprima veniva valutata all’incirca 200 euro ogni tonnellata ma che ora non trova più nessuna destinazione di mercato. Tutte le realtà che operano nel processo di selezione e riciclo, infatti, continuano ad accumulare plastica pulita senza poi riuscire a rimetterla sul mercato e, come se non bastasse, spesso insieme a questa finiscono per ritrovarsi con un carico di rifiuti misti della differenziata che, a loro volta, non hanno trovato inceneritori o discariche pronti ad assorbirli. Un allarme, questo, che ha lanciato anche l’associazione confindustriale dei riciclatori parlando di “mancato ritiro degli imballaggi in plastica pressati dai Centri Comprensoriali”, denunciando una situazione che vede le aziende lavorare questo materiale per dargli un secondo ciclo di consumo senza però nessuno in grado di ritirarlo.

Per questo motivo la plastica che non viene direzionata negli inceneritori finisce per accumularsi all’interno dei riciclatori, in assenza di acquirenti del prodotto finito, e quindi rimane in balia di una situazione ad alto rischio di incidenti. Peggiore ancora la situazione in cui ad occuparsi della faccenda subentrano realtà malavitose, che spesso agiscono riempiendoci capannoni che poi vengono dati alle fiamme.

Il mercato secondario di plastica rigenerata che sta cercando di avviare l’Unione Europea, purtroppo, non garantisce ancora un’operatività in grado di contenere questa situazione. E così siamo arrivati ad un punto dove, secondo il vicepresidente di Utilitalia Filippo Brandolini, “non si tratta più di emergenze locali e regionali sui rifiuti indifferenziati, siamo di fronte ad una crisi generalizzata che riguarda sia i gestori dei rifiuti che il tessuto produttivo fino agli scarti dei materiali riciclati. Il recepimento delle direttive europee sul pacchetto per l'economia circolare, dovrà essere per l'Italia l'occasione per una strategia nazionale sulla gestione dei rifiuti, che individui azioni e strumenti”. Questo perché “gli impianti del mercato del riciclo sono strapieni: cartiere, impianti di trattamento e selezione della materia prima seconda, la plastica”, come ha confermato anche l’ad di Herambiente Andrea Ramonda.

Le aziende manifatturiere stanno affrontando una crisi senza precedenti. Parliamo di imprese che fanno economia circolare, ma che sono in crisi perché non riescono a collocare lo scarto non riciclabile originato dalle loro attività. I costi per lo smaltimento dei rifiuti stanno diventando insostenibili (in alcune realtà sono più che raddoppiati negli ultimi 2 anni) e gli spazi si stanno esaurendo. Il Paese ha bisogno di impianti e infrastrutture, dobbiamo affrontare con le tecnologie più innovative e con l'informazione la sindrome nimby. Industria, ambiente e salute possono viaggiare nella stessa direzione. A Copenaghen è presente nel centro cittadino un termovalorizzatore che, oltre a non inquinare e produrre energia dai rifiuti a favore della città, dando corrente a 62.500 abitazioni e acqua calda ad altre 160mila, è dotato sul tetto anche di una pista da sci”, è il parere di Claudio Andrea Gemme, presidente del gruppo tecnico Industria e Ambiente di Confindustria, al quale si lega quello del direttore generale dell’Ispra Alessandro Bratti per il quale “è tutto tremendamente semplice, quando non si riescono a trattare e smaltire i rifiuti si bruciano”.

Mentre si ipotizzano soluzioni temporanee per arginare il problema in attesa di una gestione più strutturata e lungimirante, come ad esempio il “trovare ulteriori mercati di sbocco rispetto a quelli esistenti, ed in particolare le aziende dei Paesi dell’Est Europeo” (Roberto Romiti, Lamacart), o il creare urgentemente una serie di centri di stoccaggio temporaneo, quindi intervenire a valle del processo, da parte dei consorzi nazionali e con la supervisione del Ministero dell’Ambiente, come suggerito invece da Cisambiente per le imprese del Mezzogiorno, c’è chi sostiene con fermezza l’esigenza di “impianti di smaltimento che sarebbero anche centro di produzione di energia sana e pulita”, come ad esempio Lucia Leonessi, direttrice generale della Cisambiente Confindustria. La stessa direttrice, poi, ci spiega come “quanto accaduto nell’ultimo anno, con la raccolta di quantità inaspettate di rifiuti, soprattutto da superfici urbane grazie al comportamento virtuoso dei cittadini che hanno scelto la raccolta differenziata come vero e proprio stile di vita, è dovuto [proprio] a un fermo imprevisto di alcuni canali di smaltimento tale da creare la paralisi e costi immensi per il gestore degli impianti di trattamento dei rifiuti”.

L’unica certezza, considerando proprio questa saturazione completa di canali e mercato, è che si può e si deve intervenire a monte per far sì che i materiali non arrivino proprio al consumatore finale. E lo si fa attraverso, ad esempio, l’utilizzo di materiali biodegradabili o rigenerati.

Un esempio lo fornisce Equipolymers, una società che produce PET per diverse applicazioni denominata Viridis 25, contenente fino al 25% di materia rigenerata e, quindi, in linea con la Plastic Strategy dell’Unione Europea circa l’utilizzo del materiale riciclato all’interno delle nuove produzioni. Messa a regime, questa soluzione sarà in grado di assorbire 30 tonnellate di PET rigenerato, circa il 3% di quello disponibile oggi in Europa[1].

È proprio dal packaging, quindi, che si può ripartire per elaborare una nuova strategia di consumo responsabile ed etica che guardi al medio-lungo periodo prevendendo quelli che sono i problemi contestuali e anticipandone le soluzioni.

Interessante, in questo senso, il confronto tra Repubblica e H-Farm svolto alla Fondazione Feltrinelli di Milano dal nome Talks on Tomorrow, in cui si fa un focus sull’imballaggio del futuro e sulla sostenibilità ambientale, e dove si legge il professore associato di Scienza e Tecnologia dei materiali presso il Dipartimento di Ingegneria civile, chimica, ambientale e dei materiali dell’Università di Bologna Paola Fabbri spiegare che “quando un’azienda si rivolge a noi chiedendoci nuovi materiali per il packaging, ci informano naturalmente anche su quale materiale usavamo prima. Alla domanda, perché utilizzavano proprio quello, la risposta è quasi sempre la stessa: il fornitore ci ha suggerito che quel materiale per il packaging era il migliore sul mercato. La verità è un’altra e riguarda un po’ tutti gli attori in campo: i quali, in modo generalizzato, hanno poco conoscenza dei nuovi materiali in circolazione che ad esempio risparmiano materie prime fossili, che possono essere ottenuti da fonti rinnovabili oppure che sono più facilmente riciclabili”.

È un falso mito quello che ci illude di poter arrivare ad una società a zero waste, e cioè senza rifiuti, nel breve periodo e senza i necessari investimenti,  ma ci si può avvicinare il più possibile “sviluppando una simbiosi industriale che può verificarsi solo attraverso la collaborazione tra filiere diverse”, come ci spiega Carlo Alberto Pratesi, professore ordinario di Marketing, Innovazione, Sostenibilità presso l’Università di Roma Tre. “Purtroppo, le nostre filiere sono abituate invece a guardare solo il loro settore, [mentre dovremmo] traguardare il concetto di associazione di categoria, allargandolo alle associazioni di categorie che inglobino le diverse filiere in campo”, continua lo stesso Pratesi.

Per questo motivo tutto si gioca sul ruolo della grande distribuzione, come afferma anche Roger Botti, il direttore generale e creativo di Robilant & Associati, società che si occupa della cura e del design di packaging della grande industria (con uno sguardo sia al marketing che, naturalmente, alla sostenibilità). Secondo lui, infatti, “un packaging professionale e l’uso di imballaggi personalizzati e brandizzati nella vendita è di fondamentale importanza per aumentare la reputazione di un marchio, l’immagine aziendale e la fidelizzazione da parte del cliente. Però, non possono essere solo i consumatori a creare il cambiamento. Perché chi governa il mondo dei consumi è la grande distribuzione che può e deve guidare gli sforzi dei clienti e delle aziende fornitrici”. Un passo che ha compiuto, ad esempio, il gigante Walmart, che è “intervenuto sugli imballaggi delle referenze a marchio, private label, perché è principalmente in quelle categorie di prodotti che può concretamente educare il cliente e costringere le aziende fornitrici a migliorare”, spiega lo stesso Botti[2].

È per questo motivo che si richiede un impegno concreto da parte delle aziende nel mettere fine alla produzione e alla immissione sul mercato di materiali che si sa già che finiranno per accumularsi nella complessa saturazione della filiera. Certi che, data l’ormai affermata presa di coscienza da parte degli individui circa quest’emergenza globale, sarà lo stesso mercato a premiarle e a dargli il giusto riconoscimento in termini di immagine e, di conseguenza, di fatturato.

Marco Sperandio

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Mon, 24 Jun 2019 16:46:33 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/483/la-saturazione-degli-impianti-e-la-necessita-di-una-strategia-a-partire-dal-packaging marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Il recupero energetico dai rifiuti https://www.marcosperandio.net/post/481/il-recupero-energetico-dai-rifiuti

Come mi è capitato di scrivere già in diverse occasioni, il recupero energetico dai rifiuti potrebbe venire in soccorso di due problemi molto concreti, quali quello del loro aumento esponenziale a livello globale e quello, più stringente, della tutela dell’ambiente. Il settore riguardante la loro gestione, di conseguenza, si propone come uno tra i più prolifici e in costante crescita.

Per questo motivo gli stessi strumenti e tecnologie utilizzate all’interno dei siti di gestione dei rifiuti diventano sempre più innovativi e rispettosi dell’ambiente, un’attenzione anche maggiore quando parliamo di termovalorizzatori e di impianti per la valorizzazione energetica del biogas.

Innovazione che si deve ad una ricerca interdisciplinare, capace di inglobare saperi che vanno dalla chimica alla fisica, dalla biologia all’ingegneria ambientale, e che consentono di trattare i rifiuti nei termovalorizzatori con una combustione differente in base alla loro tipologia.

Le modalità impiegate nella maggior parte dei casi vanno quindi dagli ordinari forni a griglia (come quello di REA Dalmine), dove i rifiuti, posti sopra una griglia fissa o mobile, vengono iniettati con quantità controllate di aria al fine di portarli alla combustione, ai forni a letto fluido (come l’impianto LGH di Parona), che invece vengono spesso utilizzati per i rifiuti già trattati in precedenza e triturati ad una pezzatura molto fine. In questi secondi impianti i rifiuti subiscono gettate d’aria, in sospensione su un letto sabbioso, così che si mantenga un continuo scambio termico e si possano bruciare in maniera più omogenea.

La stessa cura di trattamento è riservata alla produzione di biogas, oltre che naturalmente per le attività di compostaggio, dove vengono scientificamente predisposti processi e ambienti atti all’ottimizzazione della fermentazione.

Ma non si ottiene gas soltanto in maniera spontanea e naturale, poiché è possibile generarlo dai rifiuti anche attraverso un processo di sintesi. Il cosiddetto syngas che deriva dai processi di pirogassificazione può avere diverse composizioni (nella maggior parte dei casi soprattutto idrogeno, monossido e biossido di carbonio e metano), ma ognuna di queste è utile per la produzione di energia elettrica, come nel caso dell’alimentazione delle turbine a gas interne ai cicli di cogenerazione, così come può essere trattata una seconda volta con il fine di trasformarsi in biocombustibile.

Il suddetto processo può avvenire mediante l’utilizzo della pirolisi, una tecnologia che lavora i rifiuti in assenza di ossigeno mediante temperature che vanno dai 400 agli 800 °C, e interessa in particolar modo i materiali ricchi di cellulosa e lignina e poveri di acqua. Oltre al gas, infatti, dalla pirolisi si ottengono residui liquidi (tar o olio di pirolisi, utilizzabile come combustibile) e solidi che possono essere raffinati per produrre carboni attivi, materiali, questi ultimi, estremamente porosi e capaci quindi di fare da filtro ai fluidi per trattenere numerose molecole inquinanti.

Il modo per ricavare energia dai rifiuti non si esaurisce nemmeno nel momento in cui una discarica controllata esaurisce lo spazio a disposizione autorizzato e quindi viene definitivamente chiusa. L’interrato, infatti, prosegue con la sua generazione spontanea di biogas e percolato per molti anni dopo l’abbancamento. Per percolato si intende il liquido proveniente dalla decomposizione della materia organica mista alle infiltrazioni acquifere nella massa dei rifiuti, un flusso che richiede a monte una progettazione seria di sistemi di drenaggio e di raccolta che lo dirigano verso appositi impianti dove trattarlo. Oltre a questi sistemi, naturalmente, sarà indispensabile per i siti aver a disposizione pozzi di captazione dei gas autogenerati.

L’incremento di utilizzo del biogas derivante dalla fermentazione dei rifiuti organici, così come quello dei residui agricoli come alghe e specie vegetali, può essere una delle chiavi fondamentali per provvedere al nostro fabbisogno di combustibili senza dover ricorrere obbligatoriamente alla soluzione fossile.

Si tratta poi di materiali in grado di ridurre il loro impatto inquinante perché derivati da risorse organiche e rinnovabili, oltre che, naturalmente, di eliminare il problema della sottrazione di terreni agricoli e dell’utilizzo delle risorse idriche necessarie[1].

È per questo motivo che anche in Italia ci stiamo pian piano rendendo conto dei benefici che una gestione limpida e responsabile dei rifiuti può apportare al nostro ambiente e alla nostra economia, e si stanno facendo dei passi in avanti verso la risoluzione di un problema che ha causato diverse difficoltà ai nostri territori e alle relative amministrazioni.

È il caso del recente accordo siglato tra Cassa Deposito e Prestiti e la Japan Bank for International Cooperation in occasione del meeting tra i vertici finanziari dei 20 Paesi più industrializzati (cd. D20), un traguardo che si spera permetterà alle nostre imprese di aumentare la loro competitività sia interna che estera. Questo cosiddetto Memorandum of Understanding (MOU) siglato tra Massimo Tononi, presidente della CDP, e Tadashi Maeda, governatore della JBIC, si propone come una promettente opportunità di business e accordi commerciali mirata alle aziende italiane e a quelle giapponesi che potranno usufruirne anche in paesi terzi.

Interne a questa cooperazione vi sono una serie di tematiche quali le infrastrutture come ferrovie, strade, porti e aeroporti, il settore dell’agroalimentare, le risorse naturali e la branca chimica farmaceutica. Ma vi è anche la questione dell’energia, con un focus specifico sulla rinnovabile e sull’investimento sui termovalorizzatori. Più in generale, si tratta di programmi e progetti di partenariato imprenditoriale in grado di condividere i rispettivi know how e le eccellenze così da allargare il loro operato a nuovi mercati geografici.

Inserito all’interno del Piano Industriale 2019-2021, quindi, questo accordo si lega alla collaborazione stilata nel luglio dello scorso anno tra il Giappone e l’Unione Europea con la firma dell’Economic Partnership Agreement e dello Strategic Partnership Agreement con l’obiettivo di implementare il commercio e gli investimenti tra questi due Paesi e, allo stesso tempo, contribuire ad uno scambio sinergico di competenze e di sviluppo operativo. “Il primo obiettivo della nostra partnership sarà promuovere la futura collaborazione tra aziende giapponesi e italiane attraverso il co-finanziamento di progetti in settori in cui l’Italia e il Giappone rappresentano eccellenze a livello mondiale, comprese le infrastrutture e le energie rinnovabili. Inoltre, considerando il grande impegno di CDP nella promozione di progetti sostenibili non solo dal punto di vista socio-ambientale, ma anche da quello finanziario, riteniamo che la collaborazione con JBIC rappresenti un importante passo in avanti in questa direzione[2], è stato il commento del presidente CDP Tononi, che ha poi ribadito come l’Ente speri per primo in un rilancio del settore dei rifiuti attraverso uno stimolo all’industrializzazione mediante interventi adeguati, “mitigando il rischio di sottoutilizzazione degli impianti e garantendo una maggiore omogeneità sul territorio[3].

Marco Sperandio

 
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Wed, 15 May 2019 19:59:46 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/481/il-recupero-energetico-dai-rifiuti marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
La gestione dei rifiuti ha un incredibile potenziale, ma c’è bisogno di più impianti https://www.marcosperandio.net/post/480/la-gestione-dei-rifiuti-ha-un-incredibile-potenziale-ma-c-e-bisogno-di-piu-impianti

È stato recentemente diffuso il rapporto Recupero energetico dei rifiuti in Italia da parte di Utilitalia (associazione ombrello per le imprese dei servizi pubblici) che prende una posizione netta nei confronti della necessità del nostro Paese di dotarsi di nuovi impianti per sopperire alla saturazione di quelli al momento operativi.

Ci troviamo in una situazione già emergenziale per la quale il numero di impianti non è sufficiente né a smaltire l'incredibile mole di materiali in eccesso né ad adempiere all'obbligo europeo di riduzione del collocamento nelle discariche, impegno che ci chiama a ridurre questa quantità dall'attuale 23% al futuro 10% del 2035.

Secondo il sopracitato report, infatti, grazie al lavoro di 180 impianti inceneritori e di digestione anaerobica della frazione organica degli scarti e dei fanghi da depurazione nel corso del 2017 siamo riusciti a produrre 7,6 milioni di MWh, una quantità tale da fornire supporto energetico a 2,8 milioni di famiglie.

Ad aggravare ulteriormente la situazione, poi, vi è l'enorme problema geografico per il quale la maggioranza dei siti di termovalorizzazione di cui l'Italia dispone è collocata al nord, addirittura 24, mentre soltanto 7 sono presenti nel centro e solamente 6 in tutto il sud. In tutto il 2017, nello specifico, i termovalorizzatori hanno operato su 6,1 milioni di tonnellate di rifiuti, 5,3 milioni dei quali di provenienza urbana (con un leggero ridimensionamento rispetto all'anno precedente).

Se guardiamo agli impianti di digestione anaerobica la situazione è la stessa: 55 siti per lo smaltimento organico e 87 per i fanghi di depurazione, la maggior parte dei quali tutti collocati nel nord Italia[1].

Quello che sembra ancora sfuggirci è che la conversione dei rifiuti in risorsa energetica comporta innanzitutto l'allestimento di una rete di infrastrutture che aprono al recupero, alla trasformazione, stoccaggio e re-immissione nel ciclo di consumo di tutto ciò che scartiamo. Non solo, una sana e corretta strutturazione di tale processo fa sì che vengano istituiti anche organi di controllo trasparenti che informino e creino consapevolezza negli utilizzatori finali. Questi ultimi, infatti, riceverebbero una comunicazione neutra e equilibrata sul tema e verrebbero guidati verso prodotti e servizi sempre più ecologici nel medio-lungo termine.

In Italia la raccolta differenziata va molto bene, spinta da un’incisiva campagna di sensibilizzazione", dichiara Renato Boero, Coordinatore Commissione Impianti Utilitalia, durante la presentazione del suddetto report, "ma per trasformare i rifiuti in materia prima e seconda necessitiamo di più impianti. Le tecnologie attuali consentono la conversione di rifiuti organici e non organici in metano, biometano e compost di qualità. La termovalorizzazione è molto osteggiata in Italia: in realtà gl’inceneritori contribuiscono per meno dello 0,1% delle emissioni. C’è una sovraesposizione del problema”. Parole che sono state confermate anche dal vicepresidente dell'Associazione, Filippo Brandolini, che ha aggiunto come "questa forma di dibattito (ideologico) sia essenzialmente italiana. Non si tratta di una discussione tecnico-scientifica, ma sostanzialmente di politica. A livello d'informazione dovrebbe passare che gli impianti di termovalorizzazione non sono incompatibili con il riciclo".

Una possibile soluzione la detta Alessandro Bratti, direttore generale ISPRA, quando afferma che "non si tratta solo di un problema di comunicazione: occorre ricostruire un sistema di fiducia verso il mondo produttivo". Adducendo poi a tale sfiducia una serie di motivazioni: "ad esempio le procedure di controllo non sono adeguate alle richieste delle comunità. Le imprese devono essere le prime a promuovere trasparenza e credibilità, collaborare con gli Enti normativi come l’ISPRA per creare sistemi di controllo di qualità. Abbiamo necessità di comunicazione, informazione, capacità di incontrare le richieste del pubblico, ma anche di analizzare i costi del sistema recupero, così come quello della creazione di un mercato interno che permetta il flusso regolare delle merci riciclate”.

E' Antonello Ciotti, presidente di COREPLA, il consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica, a preoccuparsi della disposizione di possibili alternative all'investimento in termovalorizzazione o al conferimento in discarica per quanto riguarda la gestione del flusso dei rifiuti. "Rifiuti zero è un obiettivo cui tendere ma non attuabile attualmente; altrettanto la sostituzione di tutti i prodotti a base fossile con altri a base bio: per esempio le bioplastiche non sono biodegradabili in natura, hanno una permanenza simile a quella delle normali plastiche", è stato il suo intervento. "La sfida per l’industria è creare imballaggi che consentano ai prodotti, specie quelli alimentari, di essere a disposizione più a lungo e alla filiera del recupero di riciclarli sempre più efficientemente”.

La sfida è sicuramente industriale ed economica, ma si gioca soprattutto su un campo politico, ed è lo stesso Ciotti ad affermare che "se pensiamo che, ad esempio, il riciclo attuale di plastica si stanzia sulle 3-400 mila tonnellate annue, rispetto ai quasi 9 milioni di tonnellate prodotte, mentre l’Ue ci chiede di arrivare al 50% (quindi oltre 4 milioni di tonnellate) entro il 2025 capiamo che serve un impegno istituzionale fortissimo per fare sì che l’economia circolare non rimanga un semicerchio[2].

 La necessità è quindi di aprirsi ad un'innovazione controllata e responsabile che tenga conto della tutela e della salvaguardia dell'ambiente ma che, allo stesso tempo, si operi per risolvere una serie di esigenze che stanno divenendo sempre più emergenziali e che rischiano di vanificare quanto di buono, cittadini, aziende e istituzioni, stanno invece portando avanti.

Marco Sperandio

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Thu, 9 May 2019 19:18:21 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/480/la-gestione-dei-rifiuti-ha-un-incredibile-potenziale-ma-c-e-bisogno-di-piu-impianti marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Arriva l’enzima mangia-plastica: una possibile soluzione per il problema dell’inquinamento dei mari https://www.marcosperandio.net/post/479/arriva-l-enzima-mangia-plastica-una-possibile-soluzione-per-il-problema-dell-inquinamento-dei-mari

E' una notizia che sa di fantascienza quella che vede la scoperta di un enzima in grado, potenzialmente, di risolvere l'annoso e ormai improrogabile problema dell'inquinamento da plastica dei mari.

Lo studio è stato condotto da ricercatori della Portsmouth University e dal Laboratorio nazionale per le energie rinnovabili del Ministero dell’Energia statunitense. Il focus degli studi è stato concentrato su un batterio che era stato scoperto in Giappone nella città di Sakai nel 2016, l’Ideonella sakaiensis, in grado, letteralmente, di mangiare la plastica di tipo PET per produrre energia[1].

E’ sotto gli occhi di tutti la portata dell’emergenza dovuta dalla presenza rifiuti di origine plastica sia sulla coste che, soprattutto, nei mari e negli oceani (e, di conseguenza, anche nelle specie ittiche che finiscono sulle nostre tavole).

E' un dato quello che vede ogni km2 di acqua salata del mondo contenere circa 46.000 micro particelle di plastica in sospensione. Dai 4 ai 12 milioni di tonnellate di plastica, infatti, finiscono nei mari di tutto il mondo ogni anno, causando l’80% dell’inquinamento marino. Si tratta di rifiuti che per la quasi totalità arrivano al mare sospinti dal vento o trascinati dagli scarichi urbani e dai fiumi[2].

Uno studio apparso sui Proceedings of the National Academy of Sciences ci conferma che, purtroppo, viviamo in un periodo di preoccupante aumento della produzione e del consumo di plastica. In una delle zone più remote al mondo, l’isola di Henderson, nell’oceano Pacifico meridionale, è stata riscontrata la presenza di 37,7 milioni di residui di plastica equivalenti ad un peso totale di materiale inquinante di 17,6 tonnellate. Complice l’aumento dei consumi e, quindi, della produzione, il settore delle materie plastiche non ha subito battute d’arresto. Anzi, l’industria sta andando incontro a una nuova crescita, che mette inevitabilmente a repentaglio la salute del nostro pianeta.

Il problema non ci è lontano e riguarda anche le coste italiane: il WWF riporta uno studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche apparso su Nature Scientific Reports, stimando che un km2 nei mari italiani contiene in superficie fino a 10 kg di plastica, soprattutto bottiglie e sacchetti. Il punto peggiore, secondo gli studiosi, consiste nel tratto tra la Corsica e la Toscana.

Il nostro Paese, che affaccia quasi totalmente sul Mediterraneo e che ha una popolazione costiera di oltre 33 milioni di persone, risulta essere il terzo Stato inquinatore in Europa, un dato in controtendenza con la percentuale di spazzatura riciclata che invece ci vede tra i paesi più virtuosi in Europa[3].

Fortunatamente sono già molte le aziende e le istituzioni a preoccuparsi del problema, e a sopperire a loro modo con una riduzione della produzione e degli scarti industriali, così come attraverso una massiccia campagna d'informazione per sensibilizzare le persone ad un consumo più attento e rispettabile.

Ma non può bastare la prevenzione, essendo ormai l'ambiente gravemente compromesso: ecco allora intervenire questa fantastica scoperta. La versione originale dell'enzima è naturalmente prodotta da un batterio ghiotto di plastica, l'Ideonella sakaiensis. Anche se il PET è in circolazione da soli 50 anni, infatti, questo materiale era già presente in natura, ad esempio, come rivestimento protettivo sulle foglie delle piante. I batteri hanno avuto milioni di anni a disposizione, per imparare a digerirlo.

Il caso ha spesso un ruolo importante nella ricerca scientifica fondamentale, e la nostra ricerca non fa eccezione”, ha dichiarato John McGeehan, docente di Scienze biologiche a Portsmouth. “Nonostante il progresso sia modesto, questa scoperta inattesa suggerisce che ci sia margine per migliorare questi enzimi, per avvicinarci a una soluzione di riciclaggio per la montagna in costante crescita di plastiche abbandonate[4], ha poi proseguito, suggerendo un probabile sviluppo di questo enzima per spingerlo verso la massima funzionalità in vista di un suo impiego nelle strutture di smaltimento.
La prassi di oggi per il PET è il riciclo, ma finora non è stato possibile depolimerizzarlo. I derivati del riciclo, infatti, sono plastiche di qualità inferiore che a loro volta non possono essere smaltite, e questo ha fatto si che a un certo numero di ricicli sia diventato più economico l'abbandono in discarica o l'incenerimento. Il riciclaggio totale consisterebbe nel ritorno del composto agli elementi di origine, e l’enzima mutante ha incredibilmente impiegato pochi giorni per abbattere la plastica, così che i ricercatori sono sicuri di poter accelerare vieppiù l’abilità del batterio modificando la sostanza capace di far tornare il polietilene al livello molecolare di base, lo stadio di quando si produce plastica partendo dal petrolio. In questo modo il re-utilizzo, inteso come la successiva immissione del materiale in un nuovo ciclo di vita, sarebbe definitivo[5].

Marco Sperandio

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Thu, 18 Apr 2019 17:05:39 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/479/arriva-l-enzima-mangia-plastica-una-possibile-soluzione-per-il-problema-dell-inquinamento-dei-mari marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Liscate, l’eccellenza impiantistica di Ambienthesis S.p.A. https://www.marcosperandio.net/post/478/liscate-l-eccellenza-impiantistica-di-ambienthesis-spa

Come dirigente del Gruppo Green Holding mi trovo oggi a ricoprire la carica di Direttore e Coordinatore tecnico di impianti di trattamento presso Ambienthesis S.p.A, azienda specializzata in bonifiche ambientali, trattamento, recupero e smaltimento di rifiuti speciali, pericolosi e non. Si tratta di un'impresa che si occupa della gestione d'impianti di depurazione di acque civili ed industriali, e che fornisce il servizio di smaltimento di rifiuti liquidi industriali nel proprio impianto di Liscate o negli impianti partecipanti quali ad esempio quello della società Sud Milanese.

Il sito di Liscate, uno dei fiori all'occhiello del Gruppo, è composto dall'unità di ricezione e pre-trattamento dei rifiuti, dall'impianto chimico-fisico, da due linee di trattamento biologico che filtrano su sabbia e carbone attivo, e da una vasca di disinfezione finale.

Tutto l'impianto, poi, è gestito da un avanzato sistema di automazione che controlla in tempo reale i parametri impiantistici, idraulici e chimico-fisici in tutte le fasi del processo. Inoltre, il laboratorio chimico verifica le specificità dei liquami generati dall'iter operativo, fornendo allo stesso tempo un servizio di analisi e certificazione.[1]

Grazie a questo sistema, l'impianto di Liscate arriva tranquillamente a trattare 750 metri cubi al giorno di rifiuti speciali con liquidi pericolosi e non, raccolti esclusivamente attraverso autocisterne provenienti da insediamenti civili, artigianali e industriali.

Da poco approvato il bilancio del 2017 e il piano industriale per il triennio 2018-2020[2], si prevede quindi per Ambienthesis S.p.A. la possibilità di partecipare a bandi come quello appena aggiudicato per l’esecuzione di lavori di bonifica e messa in sicurezza permanente dell’area ex Cava Di Geregnano sita a Milano , che porterà alla società una quota di quasi 5 milioni di Euro[3]. Tutto questo è naturalmente in linea con la mission aziendale, che concepisce l'opera umana (in questo caso riferita al trattamento dei materiali di scarto) come perfettamente inseribile all'interno di un macrosistema ambientale.

La stessa nascita dell'azienda, d'altronde, avvenuta nel giugno del 2013 attraverso il mutamento della denominazione sociale da Sadi Servizi Industriali S.p.A. ad Ambienthesis S.p.A., lascia intendere come sia stata espressione della sintesi e della simbiosi tra uomo e natura[4].

Con questo esempio voglio quindi affermare che per ogni organizzazione è impossibile al giorno d'oggi non prevedere una visione olistica d'insieme che comprenda anche il rispetto e la salvaguardia del territorio, dell'ambiente ospitante. Proprio noi di Green Holding S.p.A, quindi, non possiamo non dettare la linea operando nel massimo dell'integrazione ambientale, per la sua protezione e per incentivare la continua innovazione tecnologica che ci ha permesso di essere riconosciuti come una realtà etica nel trattamento e nella riabilitazione del bene comune.

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Tue, 9 Apr 2019 17:36:00 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/478/liscate-l-eccellenza-impiantistica-di-ambienthesis-spa marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Aspettando il decreto nazionale sull’end of waste entriamo nel merito del tema https://www.marcosperandio.net/post/477/aspettando-il-decreto-nazionale-sull-end-of-waste-entriamo-nel-merito-del-tema

Se parliamo di end of waste parliamo di quel programma, per fortuna al giorno d'oggi sull'agenda internazionale, volto a ridurre progressivamente e, infine, ad eliminare qualsiasi spreco di materiale riutilizzabile che finisce per accumularsi nel nostro ambiente.

Guardando all'Italia stiamo parlando di 55 milioni di tonnellate di rifiuti, cifra che si alza a 165 milioni se consideriamo gli urbani, gli speciali e i pericolosi, pari al 33% di quanto complessivamente produciamo in Italia. Parliamo di prodotti assorbenti per la persona, di scarti edili provenienti dalle costruzioni o dalle demolizioni, di plastiche miste e carta da macero, così come di olii di frittura, gomma granulare, rifiuti da spazzamento, ceneri di altoforno e scorie di impianti di incenerimento e  di fonderia che rimangono tuttora privi di decreti end of waste che abbrevierebbero il loro processo di riciclo diminuendo il loro conferimento in discarica o nei vari impianti di trattamento. E' quanto denuncia Legambiente durante il suo convegno La corsa ad ostacoli dell'economia circolare in Italia, svoltosi a Roma pochi giorni fa e largamente partecipato da parte di parlamentari, imprenditori e anche dallo stesso Ministro dell'Ambiente Sergio Costa.

Centrali del dibattito sono stati i temi del riciclo, del riuso, del recupero dei rifiuti, che inseriti in una programmazione economica circolare porterebbero alla drastica riduzione di sprechi e di emissioni oltre che, naturalmente, ad un aumento dell'occupazione per la nascita di un nuovo settore.

Legambiente ha così avanzato al Governo e al Parlamento dieci proposte focalizzate sulla rimozione di tutti quegli ostacoli presenti nella normativa vigente che ne causano l'effettiva falsa partenza, impedendoci in tal misura di usufruire dei benefit che la trasformazione dei rifiuti da problema a risorsa apporta al nostro ambiente e alla nostra economia.

Ad intervenire è stato Stefano Ciafani, presidente dell'associazione, che ha dichiarato come "il primo passo da fare [sia] approvare al più presto i decreti end of waste. Il riciclo dei rifiuti va semplificato al massimo altrimenti il rischio di dover aumentare i rifiuti di origine domestica o produttiva in discarica, al recupero energetico o all’estero diventa sempre più concreto. È urgente anche che il Ministero dell’Ambiente con una task force costituita velocizzi l’iter di definizione e condivisione dei decreti end of waste, partendo dall’emanazione di una circolare per tutte le Regioni per confermare che la produzione del biometano da digestione anaerobica non ha nulla a che fare con la normativa end of waste".

E' poi intervenuto Giorgio Zampetti, direttore generale della stessa Legambiente, specificando come "per raggiungere però i nuovi target di riciclo dettati dalla normativa europea appena approvata [servano] gli impianti, a partire da quelli di digestione anaerobica e compostaggio per il trattamento della frazione organica. Ad oggi quelli che ci sono intercettano appena 3 milioni di tonnellate, meno della metà di quanto raccolto. Considerando che nei prossimi anni la raccolta differenziata dell’umido aumenterà ancora, soprattutto al centro sud, è evidente la carenza impiantistica a cui siamo di fronte, con una forte disparità tra nord, dove è concentrata la quasi totalità degli impianti, e il centro sud dove sono praticamente assenti. Senza considerare che questa rete impiantistica consentirebbe la produzione di biometano, da immettere in rete o destinare a carburante e compost di qualità. Per arrivare a rifiuti zero in discarica o negli inceneritori serve realizzare mille impianti di riciclo e riuso. Non c’è altra soluzione"[1].

Quello che si evince, quindi, è che nonostante l'appello di associazioni e imprese non ci sia da un punto di vista centralizzato una pianificazione tale da consentire a tutto il lavoro di cittadini e imprenditoria locale di essere ottimizzato e portato a compimento.

Basta prendere in considerazione quanto detto pochi giorni fa dal presidente di Unicircular Andrea Fluttero quando ha decretato che "il mondo delle imprese dell’economia circolare chiede alla politica che davvero crede nella transizione di non far chiudere le tante aziende che in questi anni hanno garantito il raggiungimento di molteplici risultati positivi in tema di riciclo".

Facendo un passo indietro, infatti, si può vedere come il Consiglio di Stato abbia sentenziato (n. 1229 del 28/02/2018) che spetta proprio allo Stato, e non alle Regioni, l'individuazione di tutti quei casi e condizioni in cui un materiale scartato può essere incluso nell'insieme di end of waste al termine del suo flusso di recupero. Nonostante sia passato praticamente un anno, però, la normativa italiana in materia stenta ancora a prendere vita, vanificando quindi ogni sforzo da parte di tutti quegli attori sociali che stanno investendo denaro e energie in questa visione.

"Se i decreti nazionali sono difficili nel frattempo non chiudiamo gli impianti che lavorano, è necessario dare flessibilità al sistema" ha continuato lo stesso Fluttero. Una posizione contrastante è stata quella adottata, però, dalla senatrice M5S Vilma Moronese, che si è detta contraria a soluzioni, seppur provvisorie, volte a delegare alle Regioni l'eventualità di autorizzare i siti che, caso per caso, vanno destinati alla trasformazione dei rifiuti in end of waste products. "Faccio presente che non solo ciò andrebbe contro quanto previsto dalle direttive europee, ma creerebbe una disparità regionale dando vita a un vero far west sui rifiuti. Demandando a regioni e province, potremmo ritrovarci che un rifiuto diventi un nuovo prodotto in una regione e resti invece rifiuto in un’altra, creando scompensi per la competitività delle aziende. Inoltre, come potrebbero regioni e province, che spesso sono in difficoltà nel dotarsi di un proprio piano regionale dei rifiuti, a far fronte a un onere tanto gravoso come quello del l’emanazione di regolamenti tanto complessi?" è stata la sua denuncia.

Un quesito legittimo, quindi, che pone ancora una volta la centralità del problema della totale assenza nazionale di una direttiva unificata in grado di guidare i singoli enti all'ottimizzazione dell'intera gestione nazionale.

L'imprenditoria del settore ha infatti risposto, attraverso le parole di Fluttero, dichiarando come "anche il mondo delle imprese del riciclo vorrebbe regole end of waste non solo nazionali, ma meglio ancora europee per evidenti motivi di concorrenza e di mercato. Purtroppo però, la realtà dei fatti ci dice che ad oggi a livello europeo sono stati emanati solo tre regolamenti end of waste, solamente due decreti a livello nazionale, mentre ne servirebbero decine e comunque resterebbe scoperta tutta l’area dell’eco-innovazione. Dalla sentenza del Consiglio di Stato è passato un anno e siamo praticamente allo stesso punto, a dimostrazione della complessità della materia. Nel pacchetto di Direttive europee sull’economia circolare per l’end of waste sono previste tutte e tre le opzioni, ossia criteri nazionali, criteri europei (ove necessari) e il sistema caso per caso, ossia quello deciso nell’ambito delle autorizzazioni ai singoli impianti, rilasciate dagli organi competenti in base all’ordinamento dello Stato. Questi ultimi, nell’ordinamento nazionale, sono appunto le Regioni".

Si sente fortemente il bisogno di una presa di posizione da parte dello Stato che, essendo l'unico Ente che in grado di prendere in mano le redini di questo cambiamento di sistema, guidi tutti i suoi corpi periferici e le relative reti d'impresa verso una sopravvivenza e un'affermazione territoriale in grado di assicurare ai nostri territori la sufficiente qualità di vita.

Per concludere con le parole di Fluttero, quindi, è opportuno che "la politica che davvero crede nella transizione verso questo modello economico" non faccia chiudere "le tante imprese che in questi anni hanno garantito il raggiungimento di molteplici risultati positivi in tema di riciclo", permettendo alle Regioni di continuare a "rinnovare le autorizzazioni a produrre end of waste, che mano a mano vanno in scadenza", e allo stesso tempo autorizzi "impianti innovativi, che diversamente emigrerebbero all'estero, con perdite per la nostra nazione sotto ogni profilo"[2].

Marco Sperandio

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Thu, 7 Mar 2019 19:42:25 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/477/aspettando-il-decreto-nazionale-sull-end-of-waste-entriamo-nel-merito-del-tema marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
L’Unione Europea si interroga sul futuro, arriva il documento di riflessione per un’Europa sostenibile entro il 2030 https://www.marcosperandio.net/post/476/l-unione-europea-si-interroga-sul-futuro-arriva-il-documento-di-riflessione-per-un-europa-sostenibile-entro-il-2030

E' nato un nuovo documento di riflessione da parte dell'Unione Europea, e consiste nella volontà di promuovere e raggiungere un'Europa sostenibile entro il 2030. Tra i temi presenti in questo documento si possono trovare l'innovazione, la scienza, la finanza e la responsabilità sociale delle imprese, tutti fattori indispensabile alla realizzazione dell'Agenda delle Nazioni Unite, soprattutto in virtù dell'accordo di Parigi in merito ai cambiamenti climatici.

Questo quanto dichiarato dal presidente Juncker come proseguimento del discorso sullo Stato dell'Unione.   
Con un'analisi sulle sfide europee del futuro e un confronto e una presentazione su alcuni di questi possibili scenari, Per un'Europa sostenibile entro il 2030 si prefigge l'obiettivo di orientare la discussione pubblica e istituzionale per indirizzare al meglio gli attori decisionali verso un contributo tangibile entro quella precisa data.

A partire da quanto fatto finora, è infatti tangibile la necessità di portare a compimento ulteriori misure per permettere all'Occidente mondiale di assicurare un futuro sostenibile ai cittadini delle generazioni future. Anche perché con il passare del tempo è stata l'Unione Europea a farsi sempre più portavoce dell'attuazione di un programma mondiale di sostenibilità, ponendo ai suoi Paesi membri standard socio-ambientali sempre più elevati e promuovendo attivamente il Paris Agreement, così come l'adozione di un'economia circolare su larga scala. E' stata in particolare la Commissione Juncker a integrare le esigenze di sviluppo sostenibile con le sue scelte politiche.
Con le emergenze rappresentate dal debito ecologico, dai cambiamenti climatici e demografici, dalla migrazione, la disuguaglianza, dalla pressione sulle finanze pubbliche, è ovvio però che l'Unione Europea ha davanti a se sfide complesse e irrisolte, il tutto in un periodo in cui purtroppo si registrano sempre maggiori pulsioni nazionalistiche e isolazionistiche a causa di una scarsa percezione d'importanza e di assicurazione da parte dei cittadini dell'Unione.
Ecco quindi venire in soccorso questo documento di riflessione che si focalizza sulle strategie fondamentali per guidare questa transizione mondiale verso la sostenibilità, tra le quali lo split dall'economia lineare a quella circolare, la rettifica degli squilibri del sistema alimentare, la ricerca e la sostenibilità dell'energia nel futuro, la mobilità e l'urbanistica delle città.

Vengono inoltre enunciate le linee guida affinché questo passaggio avvenga nella maniera più equa possibile, coinvolgendo anche i più sfavoriti in questa evoluzione.
E' indispensabile quindi la messa in moto di attivatori orizzontali come solide fondamenta di tale transizione, e dovranno per forza di cose concentrarsi sull'istruzione, sulla scienza, la tecnologia, sulla ricerca di un'innovazione digitale. Altri temi possono essere la finanza, la fissazione dei prezzi, la fiscalità e la concorrenza, che si portano appresso necessariamente una revisione della fiscalità e della concorrenzialità di nuovi modelli di impresa. Questi, a loro volta, dovranno manifestare una rinnovata responsabilità sociale.
"L'UE [deve essere] un pioniere nella transazione verso un'economia sostenibile a livello mondiale, dal momento che le politiche dell'Unione avranno solo un impatto limitato sul pianeta se altri perseguono strategie contrastanti" è la conclusione della nota della Commissione Europea.
Nell'enunciare i tre possibili scenari per implementare il ragionamento attorno agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS) all'interno dell'Unione Europea viene ipotizzata una strategia generale, un'integrazione costante di tali OSS che dalla Commissione vada a influenzare tutte le politiche pertinenti dell'Unione, senza però l'imposizione di misure agli Stati membri, e la scommessa decisa su un'azione esterna che consolidi il principio di sostenibilità europea. Questo non toglie che l'effettiva realizzazione del suddetto Documento possa passare attraverso la combinazione degli elementi di questi tre differenti scenari[1].

Sembra proprio che gli obiettivi di sviluppo sostenibile professati lo scorso anno siano stati definitivamente messi nero su bianco, e che si sia adottata una strategia di insieme in grado di unire gli obiettivi di semestre europeo con le finanze pubbliche e i piani di de-carbonizzazione globali.
La mira della piattaforma multi-stakeholder era infatti quella di poter riunire le istituzioni con le organizzazioni e gli esperti di settore per mettere in condivisione una bussola capace di orientare l'insieme di programmi e delle policies europee sul tema del futuro sostenibile.
Un approccio armonico e di estrema coerenza che ha portato la stessa Europa alla resa dei conti nei confronti di "un controllo della sostenibilità", in grado di incorporare la definizione di rischi ambientali e sociali e di governance dei regolamenti finanziari.
Per questo motivo un primo passo lo si è fatto nei confronti di tutte quelle realtà, civiche, imprenditoriali o istituzionali, che rimboccandosi le maniche hanno cominciato ad attuare gli European Sustainability Awards in soluzioni pratiche[2].

Quello che fa il Gruppo Green Holding, dedicando una perpetua attenzione nei confronti di ogni problematica nei confronti di qualità, dell'ambiente e della sicurezza attraverso l'attuazione di sistemi di gestione incentrati sulle certificazioni ISO 9001, ISO 14001, EMAS e OHSAS 18001, oltre che mediante gli attestati di qualificazione SOA richiesti dalle categorie di attività proprie di ogni società operativa del Gruppo stesso[3].
Tutti noi siamo quindi chiamati a un'effettiva presa di coscienza di un fenomeno non più prorogabile, e il ruolo dell'Europa sta proprio nel far si che ogni comportamento virtuoso venga incentivato da agevolazioni operative ed economiche.

Marco Sperandio

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Fri, 1 Mar 2019 12:03:29 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/476/l-unione-europea-si-interroga-sul-futuro-arriva-il-documento-di-riflessione-per-un-europa-sostenibile-entro-il-2030 marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Un’analisi sull’Economia Circolare, un potenziale immenso a disposizione dell’Italia https://www.marcosperandio.net/post/475/un-analisi-sull-economia-circolare-un-potenziale-immenso-a-disposizione-dell-italia

In una situazione ambientale che ci impone uno sguardo sempre più vigile sulla tutela del nostro pianeta, è tempo di riflettere accuratamente sul tema dell'economia circolare e sulle sue immense potenzialità.

Dal Parlamento Europeo arrivano proprio in questi giorni nuove linee guida da adottare nei vari Stati membri per far sì che tutta la Comunità unita operi una netta inversione di rotta in termini di produzione, consumo e soprattutto smaltimento dei materiali.

Dopo le quattro direttive sull'economia circolare emanate lo scorso aprile, la nuova legislazione ha preso piede a partire da luglio e si è posta i seguenti obiettivi: Entro il 2025 a ogni Paese dell'Unione Europea è chiesto di riciclare il 55% minimo di rifiuti urbani e il 65% di tutti gli imballaggi, prevedendo in tal misura un risparmio annuo aziendale di circa 600miliardi di euro e la creazione di 140mila ulteriori posti di lavoro.

Il piano consiste nell'introduzione della raccolta separata dei rifiuti organici e il riciclaggio domestico attraverso l'autocompostaggio entro il 2024, per poi procedere alla separazione della raccolta dei rifiuti tessili, passando nel 2030 al riciclo di almeno il 60% dei rifiuti urbani e il 70% degli imballaggi, per finire, entro il 2035, al 65% dei rifiuti urbani limitando lo smaltimento in discarica al solo 10%.
Il tutto supportato da un finanziamento proveniente dai Fondi strutturali e d'investimento europei (ESI), un bacino di 5,5miliardi di euro per la gestione dei rifiuti, e da un sostegno di 650milioni di euro nell'ambito di Orizzonte2020 (un programma europeo di finanziamento per la ricerca e lo sviluppo), oltre, naturalmente, a investimenti nazionali nell'ottica dell'economia circolare[1].
Se ci focalizziamo sulla situazione specifica del nostro Paese, poi, possiamo notare come, al di là di una grave deficienza e omologazione territoriale di impianti, il substrato culturale e operativo dei singoli individui lasci presupporre un buon attecchimento dei processi di economia circolare e sviluppo sostenibile. Le stesse aziende più innovative sembrano aver ormai assimilato come l'adozione di un modello di business circolare può apportare nient'altro che benefici.

Secondo la definizione di uno degli istituti più autorevoli in materia, la Ellen MacArthur Foundation, stiamo parlando di "un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera". Viene poi fatto un elenco di quelli che sono i criteri fondamentali di questo modello, che possono essere ricondotti all'eco-progettazione, alla modularità e versatilità della produzione dei materiali, al campo delle energie rinnovabili, ad un approccio eco-sistemico al lavoro e allo sviluppo, e al più comune recupero dei materiali di scarto.

Con 256,3 tonnellate per milione di euro prodotto (dati Eurostat), l'Italia si pone come il più efficiente tra i Paesi europei nel consumo di materiale, subito dopo la Gran Bretagna (che invece sfrutta 223,4 tonnellate per milione di euro, ma ha un'economia dettata più dalla finanza che dal commercio). Rispetto al 2008 abbiamo poi dimezzato il consumo di materia ponendoci all'avanguardia addirittura per la Germania, che si arresta alle 423,6 tonnellate per milione di euro.

Al loro seguito, invece, ma ben prima della Francia, Spagna e Regno Unito, ci posizioniamo come il secondo Paese per riciclo industriale vantando ben 48,5 milioni di tonnellate di rifiuti non pericolosi avviati al recupero. Grazie a questo importo riusciamo a risparmiare energia primaria fin oltre una quantità di petrolio equivalente a 17 milioni di tonnellate, riducendo quindi le emissioni per circa 60 milioni di tonnellate di CO2 (dati provenienti dall'Istituto di ricerche Ambiente Italia).

Dall'opera Economia Circolare in Italia di Duccio Bianchi (Edizioni Ambiente) si possono evidenziare altri dati sui quali porre attenzione. Il nostro Paese genera, a parità di potere d'acquisto, 4 euro di Pil ogni kg di risorsa consumata, una cifra enorme se consideriamo che la media europea è di 2,24 e tutte le altre grandi economie del Vecchio Continente oscillano tra il 2,3 e il 3,6. Inoltre, stando sempre a questi dati, rappresentiamo il Paese europeo che ha registrato negli ultimi quindici anni il più ingente miglioramento dell'efficienza d'uso delle risorse, addirittura un +281%, sempre in Pps).

E' proprio per questi presupposti che sui nostri territori prendono il via delle vere e proprie filiere della sostenibilità made in italy, quali ad esempio il Circular Economy Network, nato lo scorso maggio e presieduto dall'ex ministro Edo Ronchi. Questo rappresenta l'osservatorio della circolarità in Italia ed è diretto dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e da una cooperativa di 13 aziende e associazioni d'impresa, dai consorzi di riciclo alle imprese di bioplastiche, passando per le acque minerali e le multiutility. Il fine di questo Network è rappresentato dalla promozione e dallo sviluppo delle tecniche di economia circolare in Italia.

Precedente a questo progetto vi era stata l'Alleanza per l'economia circolare che, nata dalla cooperazione tra Enel, Banca Intesa, Novamont, Costa Crociere, Gruppo Salvatore Ferragamo, Bulgari, Fater e Eataly, aveva stilato un vero e proprio Manifesto per l'Economia Circolare, con lo scopo di dotare le imprese di una serie di mezzi tecnici, di sistema, finanziari e di co-working in grado di sviluppare la loro competitività sul mercato.

C'è una terza filiera, promossa dalla direttrice Sviluppo Sostenibile di Bulgari e ideatrice di Aisec (Associazione Italiana per lo Sviluppo dell'Economia Circolare), che vanta una imponente rete di imprese tra cui Autogrill, Intesa San Paolo e Ferragamo. "Leghiamo l’intervento circolare a quello sociale. Andiamo ad interagire coi territori in un’ottica di rigenerazione urbana e riqualificazione sociale con una particolare attenzione alla disoccupazione e alla disabilità. L’ambiente è solo una faccia della medaglia l’altra è il recupero sociale", si può leggere nella mission di presentazione del progetto[2].

Tutte queste iniziative lasciano ben sperare nei confronti di una rinascita imprenditoriale che possa ripartire proprio da quanto, come Paese, riusciamo a recuperare e a implementare. Come sempre, la sfida risiederà nel generare, a partire dalle Istituzioni, una programmazione sistemica e lungimirante che possa finalmente sfruttare questo immenso potenziale di cui disponiamo.

Marco Sperandio

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Thu, 21 Feb 2019 18:27:28 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/475/un-analisi-sull-economia-circolare-un-potenziale-immenso-a-disposizione-dell-italia marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Il teleriscaldamento è una valida risposta al risparmio energetico e alla riduzione di CO2: il caso di Bergamo https://www.marcosperandio.net/post/474/il-teleriscaldamento-e-una-valida-risposta-al-risparmio-energetico-e-alla-riduzione-di-co2-il-caso-di-bergamo

Tra le migliori opzioni di cui disponiamo per dotare la nostra vita di strumenti che riducano l'impatto ambientale, contribuendo a generare risparmio energetico e, parallelamente, a ridurre le emissioni di CO2, vi è sicuramente la scelta di dotare i nostri territori di reti di teleriscaldamento.

Il global warming è un'emergenza sempre più impellente, e tra le cause si annovera soprattutto il consumo di combustibili fossili attraverso l'utilizzo di tecnologie non abbastanza performanti.

Secondo le diverse conferenze internazionali, in primis quelle di Kioto e Rio de Janeiro, tra gli obblighi dei Paesi membri vi era in particolare la diminuzione di emissioni inquinanti. Naturalmente anche l'Italia deve rispettare tali accordi, e un'opportunità di raggiungere i valori pattuiti è data proprio dal teleriscaldamento.

Il contesto non è dei migliori: secondo l'Annuario 2018 dell'AIRU, l'Associazione Italiana Riscaldamento Urbano, "la novità di quest'anno è che di fatto non ci sono novità". La traduzione, cioè, è che l'aumento annuo delle reti di teleriscaldamento si è bloccato al misero 2,5%. Parliamo di un’area di copertura di 4400 km, 350 milioni di metri cubi che arrivano ad interessare 297 centri abitati dello Stivale.

E' sempre la stessa Associazione a informarci che tali reti di teleriscaldamento hanno consentito alla popolazione di risparmiare quasi 510 mila tep (tonnellate equivalenti di petrolio) nel solo 2017, impedendo allo stesso tempo un'emissione di 1,8 milioni di tonnellate di CO2.. Non sono sicuramente dati incoraggiati, visto e considerato che l'aumento demografico di fatto annulla il leggero incremento dell'utilizzo di tale infrastruttura.

Ed è un peccato, il teleriscaldamento permetterebbe nel medio-lungo periodo sia una solida efficienza energetica che un notevole risparmio economico e di emissioni di CO2. La denuncia è che tale rete "a fatica si stacca dalla stasi assoluta. Quel poco che si muove, lo fa in termini di ampliamento di reti già esistenti; mancano invece del tutto nuove realizzazioni.

Ciò non toglie che in Italia esistono alcune realtà virtuose che, si spera, possano a breve dettare la linea ad una rinnovata operatività e progettualità per il resto del Paese.

Ad esempio c'è Varese, che a partire dal 2015 ha adottato un impianto termico solare collegato ad una rete di teleriscaldamento. Con la produzione di una quantità tra i 450000 e i 55000 kWh/annui di energia elettrica riesce a soddisfare il fabbisogno di 150 appartamenti.

Campo Tures, località altoatesina di 5370 abitanti, riesce a soddisfare l'intera domanda di energia grazie alla gestione della filiera elettrica mediante un ventaglio di fonti di energia rinnovabile in grado di fornire il fabbisogno sia elettrico che termico. La sua rete di teleriscaldamento si estende, infatti, per 22 km ed è collegata a impianti a biogas da 1MWt e ad un impianto a biomassa da 14MWt.

Se allarghiamo invece la lente d'ingrandimento e diamo uno sguardo alla situazione europea, invece, ci accorgiamo di come sono quasi 60 milioni i cittadini dell'Unione le cui case sono riscaldate da questo sistema. Numero che sale a 140 milioni se consideriamo il totale degli europei che vivono in città connesse ad almeno un sistema di teleriscaldamento.

In tutto ciò la Heat Roadmap Europe ci informa che, previ sufficienti finanziamenti, questa tecnologia potrebbe soddisfare addirittura il 50% della domanda di energia termica di tutta l'Europa. Se tale percentuale dovesse essere raggiunta entro il 2050, infatti, abbatteremmo l'impiego di energia fossile addirittura del 13%.

Il teleriscaldamento si conferma essere una scelta altamente ecologica, sicura ed efficiente, che alleggerirebbe anche i portafogli dei singoli cittadini in quanto andrebbe ad evitare i costi secondari di manutenzione e ricambio delle caldaie a gas casalinghe[1]. E' proprio per questo che piace ai cittadini e viene supportato dalle associazioni che si battono per la difesa dei diritti dei consumatori e per la salvaguardia dell'ambiente.

Il Codacons stesso, Coordinamento delle associazioni per la difesa dell'ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori, ha recentemente elogiato il Comune di Bergamo come realtà virtuosa nel merito dell'utilizzo della rete di teleriscaldamento, essendo stata la città in grado di abbattere drasticamente le emissioni inquinanti e di tutelare in questo modo la qualità di vita dei cittadini.

E' un sistema in continuo uso e sviluppo quello di Bergamo sin dalla sua realizzazione nel 2005 ad opera di A2A Calore e Servizi, che trova il suo impiego sia nel privato che nel pubblico. Durante il 2017 sono stati quasi 800 i residenti che hanno optato per tale soluzione nelle loro abitazioni, aumentando di 250000 m3 riscaldati la quantità di energia prodotta portandola a coprire il fabbisogno di quasi 10000 famiglie, per un totale di 6,8 milioni di m3. Tutto questo ha consentito al Comune di abbattere l'impatto ambientale in quasi 14000 tonnellate di CO2, 0,5 tonnellate di polveri sottili, 14 tonnellate di ossido di azoto e 4 tonnellate di anidride solforosa.

Ad usufruire dei vantaggi del teleriscaldamento, grazie alla sua rete di circa 80 chilometri che riceve l'alimentazione da ben quattro centrali (Carnovali, Goltara, Cavour e Monterosso), vi sono sia locazioni private sia una grande quantità di stabili pubblici, quali ad esempio il Palazzo Frizzoni che ospita la sede del Municipio, le Piscine Italcementi, la Biblioteca Caversazzi, il Teatro Donizetti, l'Ospedale Papa Giovanni XXIII, l'Università degli Studi di Bergamo, il Palazzo della Libertà e anche lo stabile della Nuova Accademia Guardia di Finanza.

"La battaglia all’inquinamento atmosferico deve essere combattuta su ogni fronte e con ogni mezzo possibile. I dati parlano chiaro: in Italia ogni anno muoiono a causa dell’inquinamento atmosferico circa 35.000 persone, delle quali solo 10.000 in Lombardia. Adottare un sistema di riscaldamento che limiti l’inquinamento deve essere una priorità assoluta di tutti, cittadini e istituzioni" è stato il commento del Codacons in una nota[2].

Marco Sperandio

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Tue, 12 Feb 2019 17:43:52 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/474/il-teleriscaldamento-e-una-valida-risposta-al-risparmio-energetico-e-alla-riduzione-di-co2-il-caso-di-bergamo marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
La bonifica del territorio è indispensabile, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti https://www.marcosperandio.net/post/473/la-bonifica-del-territorio-e-indispensabile-le-conseguenze-sono-sotto-gli-occhi-di-tutti

La sicurezza ambientale, solitamente perseguita attraverso un'attenta e meticolosa bonifica del territorio, è messa a dura prova dalla mancanza di una regolamentazione e sorveglianza univoca che dalle Istituzioni ricada su tutto il nostro Paese, con le conseguenze che, oggi, cominciano ad essere sotto gli occhi di tutti.

Non è soltanto una carenza strutturale a monte del processo che fa sì che sempre più amministrazioni cadano nelle mani di organizzazioni ecomafiose, ma interviene qui anche una grave assenza delle stesse Istituzioni nel dirigere e sorvegliare gli interventi di recupero.

Non è un caso, quindi, che dell'inquinamento dei terreni e delle falde dei 1.469 ettari di costa attorno alla città di Crotone, riscontrato nel 2002 attraverso un rilevamento di piombo, zinco, rame, cadmio, arsenico, idrocarburi, ferro, mercurio, nitrati e benzene, non ne sia stato fatto nulla dopo 16 anni di commissariamenti (9) e 121 milioni di euro stanziati.

E' un'emergenza questa che non rimane isolata nel triste scenario dello Stivale. Infatti, sono quasi 12.500 i casi riscontrati dall'Ispra in cui sono stati rinvenuti siti contaminati (3.733 soltanto in Lombardia, fanalino di coda d'Italia), 58 dei quali denuncianti un inquinamento talmente grave da far scattare il rischio sanitario, e di conseguenza etichettati come Siti di Interesse Nazionale (SIN). Ci riferiamo in questo caso a luoghi nei quali, a partire dal 1998, non solo non si è mantenuta la promessa di una bonifica, ma non vi è stata mai una definitiva e dettagliata analisi della contaminazione. Si tratta di siti industriali dismessi e in attività, che spesso in passato si sono resi protagonisti di incidenti che hanno causato la dispersione di inquinanti chimici, o nei quali suoli sono stati accatastati o sotterrati rifiuti pericolosi.

Quello che si manifesta, in questo caso, è una totale paralisi degli organi decisionali, che fa sì che le iniziali volontà d’intervento si perdano troppo sovente in degli allungamenti burocratici o imprevisti politici tali da rimandare continuamente quella che a tutti gli effetti è un'opera indispensabile alla salute dell'ambiente e dei cittadini.

Quella che inizialmente sarebbe dovuta essere un'opera statale, infatti, è diventata a partire dal 2012 di competenza delle singole Regioni, il tutto fino alla dichiarazione di qualche mese fa da parte del Ministro dell'Ambiente Sergio Costa in cui proponeva l'adozione di "un fondo unico ambientale per sostenere le bonifiche". Già il suo predecessore Gian Luca Galletti, lo scorso anno, aveva parlato di circa 2 miliardi di euro messi a disposizione "dal mio Ministero a favore delle Regioni, dei Commissari delegati e delle Province Autonome di Trento e Bolzano".

Per un conto complessivo che, oggi, ammonta a 3.148.685.458 euro. E' chiaro, quindi, come la Commissione Parlamentare di Inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo di rifiuti possa scrivere come "emerga l'estrema lentezza, se non la stasi, delle procedure attinenti alla bonifica dei Sin".

In Veneto, ad esempio, i 781 milioni di euro stanziati sono riusciti a coprire soltanto il 15% dei terreni da bonificare e l'11% della falda di Porto Marghera. Se consideriamo Napoli Orientale con il suo Sin, in grado di accogliere quasi tutti gli impianti di smistamento e stoccaggio di gas e prodotti petroliferi della città, la bonifica ha riguardato soltanto il 6% dei terreni e il 3% della falda. Nella zona occidentale, ex Ilva, Eternit, discarica Italsider, si trovano tuttora 242 ettari di terreno inquinato da metalli, fenoli, amianto e ipa, che hanno reso vani i 10 milioni di fondi stanziati dal Ministero dell'Ambiente non avendo portato a nessuna bonifica territoriale. Analoga è la situazione in Basilicata, dove sono state portate a compimento soltanto il 4% delle bonifiche dell'area di Tito. Stessa percentuale per la Sardegna, nonostante uno stanziamento di 77 milioni di euro e altri 20 già investiti nei siti industriali di Sulcis-Iglesiente-Guspinese. "La maggior parte delle risorse sono in fase di progettazione, poi a causa della complessità delle opere e dell’aggiornamento della normativa sugli appalti, il grosso degli interventi deve essere ancora cantierato", è stata la dichiarazione da parte della Regione.

Ovunque ci si sposti il copione sembra purtroppo sempre lo stesso: lo stanziamento dei fondi risulta insufficiente a causa del rallentamento delle valutazioni e dei lavori, e il tutto finisce sempre in un nulla di fatto capace di generare soltanto altri disagi e sperpero di denaro.

E' sintomatico, infatti, che si contino zero bonifiche sia che si parli di Sicilia, di Piemonte, Toscana, Friuli o Lombardia. In Sicilia, nello specifico, i siti contaminati si contano da Priolo (Siracusa) a Biancavilla (Catania) passando per Gela (Caltanissetta), per un totale di nessun intervento per 3 milioni di euro. Anche al Nord si vive la stessa situazione, dove le zone industriali di Trento

e le falde e i terreni dell'area della Caffaro di Torviscosa in Friuli, inquinati dallo sversamento di metalli pesanti, hanno causato lo sperpero rispettivamente di 19 e di 35 milioni di euro. Sono stati 20 i milioni stanziati per i Sin di Orbetello e Livorno in Toscana, persi allo stesso modo dei 51 impiegati, in Piemonte, per le aree di Balangero, Pieve Vergonte e Serravalle Scrivia.

La Regione che più paga questa cattiva gestione delle bonifiche del suo territorio è però la Lombardia, che conta cinque aree inserite tra le priorità di bonifica a causa della presenza di idrocarburi, metalli pesanti, PCB. Qui i lavori sono attesi da circa 18 anni, per un totale di 200 milioni di euro di investimento perduto.

Uno dei problemi maggiori consiste nel fatto che spesso la causa dell'inquinamento è così retrodatata che, a livello giuridico, rimane impossibile far pagare ai colpevoli la sanificazione del sito.

Altrettanto preoccupante è il margine di manovra che questa mancanza di interventi concede alle organizzazioni criminali. Basti considerare che dal 2002 a oggi ci sono state 19 indagini capaci di smascherare una quantità enorme di smaltimenti illegali di rifiuti illegalmente smaltiti dai siti inquinanti, che hanno portato all'emissione di 150 ordinanze di custodia cautelare, 550 denunce e più di cento aziende coinvolte.

Lo Stato continua così a permettere l'infiltrazione della criminalità organizzata quando dalla bonifica del proprio territorio potrebbe guadagnare, invece, un'ingente fetta delle proprie entrate. Sia nel 2008 che ancora nel 2016 Confindustria ha infatti stimato per questo settore un fabbisogno di 10 miliardi di euro, 200.000 posti di lavoro in più generati e un aumento di produzione di oltre 20 miliardi di euro, 5 dei quali direttamente nelle casse dello Stato sotto forma di imposte e contributi sociali[1].

Marco Sperandio

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Fri, 1 Feb 2019 19:00:51 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/473/la-bonifica-del-territorio-e-indispensabile-le-conseguenze-sono-sotto-gli-occhi-di-tutti marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Le emissioni odorigene e il loro impatto sulla popolazione: perché è un problema inevitabile https://www.marcosperandio.net/post/472/le-emissioni-odorigene-e-il-loro-impatto-sulla-popolazione-perche-e-un-problema-inevitabile

E' facile capire come l'impatto odorifero rappresenti una delle conseguenze ambientali più fastidiose per la popolazione, e proprio per questo più contestate. Al di là del dibattito sulla cultura nimby, è anche e soprattutto conseguenza del fatto che non sempre le istituzioni garantiscono una vigilanza sufficiente ad impedire ad alcune imprese di inquinare o agire in maniera poco limpida.

Per questo motivo le notizie di cronaca riportano ormai quasi quotidianamente avvenimenti riguardanti proteste o mozioni comunali volte a proteggere la cittadinanza da questo problema, o a impedire l'apertura e il funzionamento di regolari impianti di trattamento.

E' infatti appurato che, secondo la legge, la collocazione di questi impianti dovrebbe trovarsi al di fuori del centro abitato (testo unico sulle leggi sanitarie del 1934), così come è vero che i magistrati si sono appellati all'articolo 674 del codice penale per procedere all'arresto di un mese o al pagamento di 206 euro di ammenda per chi è reo di provocare emissioni di gas, vapori o fumo volti a offendere, imbrattare o molestare altre persone.

Per questo motivo, a partire dagli anni 90', la Cassazione ha decretato che "le esalazioni maleodoranti [...]costituiscono offesa al benessere dei vicini e grave pregiudizio, tutelato dalla norma penale, e integrano, pertanto, il reato di cui all’articolo 674 c.p. (per un impianto di depurazione: sentenza 636/1994)", insistendo, a partire dalla sentenza Rinaldi del 1994, sul fatto che tali esalazioni debbano presentare un carattere "non momentaneo e siano intollerabili o almeno idonee a cagionare un fastidio fisico apprezzabile (es. nausea, disgusto) e abbiano un impatto negativo, anche psichico, nell’esercizio delle normali attività quotidiane di lavoro e di relazione (es. necessità di tenere le finestre chiuse, difficoltà di ricevere ospiti ecc.); in quanto può costituire molestia anche il semplice arrecare alle persone generalizzata preoccupazione e allarme circa eventuali danni alla salute da esposizione a emissioni inquinanti".

Sembra quindi che la legge a tutela dei cittadini ci sia, ma che si coniughi malamente con una enorme mancanza di legislazione e di pianificazione in termini di apertura e funzionamento di impianti, necessari questi ad una gestione integrata del flusso nazionale dei rifiuti che fa sempre più fatica a soddisfare i nostri bisogni.

Per salvaguardare la cittadinanza dai siti, infatti, in numerose sentenze è stato decretato che "le emissioni odorifere moleste alle persone integrano il reato di cui all’articolo 674 c.p. anche quando provengono da un’industria autorizzata a espletare la sua attività dalla pubblica amministrazione”. In quanto “le autorizzazioni ottenute in via amministrativa e le modifiche effettuate agli impianti non potevano comportare l’autorizzazione a molestare il vicinato con cattivi odori oltre la soglia della normale tollerabilità (sent. 1999, Greppi)".

Fermo restando che è inevitabile che molti siti, nel rispetto sempre degli standard di qualità della vita, disperdano delle emissioni odorifere che coinvolgono la cittadinanza locale, è altrettanto vero che a oggi non esiste una rilevazione oggettiva e quantificabile di tali emissioni.

 “Se manca la possibilità di accertare obiettivamente, con adeguati strumenti, l’intensità delle emissioni, [infatti] il giudizio sull’esistenza e sulla non tollerabilità delle emissioni stesse ben può basarsi sulle dichiarazioni di testi, specie se a diretta conoscenza dei fatti, quando tali dichiarazioni non si risolvano nell’espressione di valutazioni meramente soggettive o in giudizi di natura tecnica ma consistano nel riferimento a quanto oggettivamente percepito dagli stessi dichiaranti (n. 42387/2011) [e] può desumersi anche alle reiterate denunce e segnalazioni da parte dei vicini e dai ripetuti accertamenti dell’autorità preposta ai controlli (n.15556/2006)"[1].

L'innovazione tecnologica può in questo caso leggermente alleggerire l'impatto odorifero e aiutare le aziende nel rispettare e tutelare maggiormente la popolazione, apportando miglioramenti ai siti per quanto riguarda la deodorizzazione dell'aria dei depuratori.

E' ad esempio quello che ha fatto la Lario Reti Holding, che per adempiere alle ultime normative sul tema della qualità delle emissioni odorifere per il loro impianto di Mandello, e per rispondere alle lamentele del Comitato dei cittadini per la salute pubblica e per l'aria pulita, ha installato un letto di gusci di conchiglia negli aspiratori interni al depuratore. Su questi gusci è presente una fauna microbica in grado di ossidare e metabolizzare gran parte delle sostanze che causano cattivi odori, provocando in questo modo un'emissione molto meno maleodorante. "La tecnologia utilizzata per il filtro dell’aria, proveniente dall’Irlanda e denominata biotrickling filter, unisce un sistema di lavaggio controcorrente ad un sistema filtrante biologico e si tratta di un sistema che è già stato installato con successo nel depuratore di Bellano", ha dichiarato soddisfatto Maurizio Murari, direttore della divisione ingegneria[2].

Il problema, purtroppo, è che spesso la popolazione locale non è al corrente dei processi di gestione fine vita dei rifiuti e non è raro che si faccia tutto un calderone contenente sia le emissioni odorigene degli impianti di trattamento, sia la dispersione di odori proveniente invece da discariche più o meno legali.

Basta controllare tra la cronaca quotidiana per accorgersi di quanto siano frequenti e ciclici i casi di mancata sorveglianza sulle discariche sparse nel territorio italiano e i relativi moti di protesta dei vari comitati territoriali.

Ne fornisce un triste esempio il livornese con il Comitato Salute Pubblica dell'abitato di Colmata e Piombino, che alla fine dello scorso anno ha invitato il sindaco Massimo Giuliani ad attivarsi, insieme alla Asl e ad Arpat, a monitorare la qualità dell'aria del loro territorio.

"Troppi i disagi e i malesseri accusati dai cittadini per la cattiva qualità dell’aria respirata, specialmente nei giorni a ridosso delle festività natalizie", è stata la dichiarazione del Comitato. "Mai ci saremmo aspettati che la gente dovesse ricorrere ai centralini delle forze dell’ordine per cercare di sapere cosa sta emanando nell’aria la discarica di Rimateria. Riteniamo che la misura adesso sia davvero colma".

E' stato un inizio 2019 all'insegna delle segnalazioni, tanto che alcuni abitanti dei distretti hanno inviato un esposto di segnalazione d’inquinamento per emissioni odorigene anche ai carabinieri del Noe, alla Procura di Livorno e alla Prefettura. Si richiede l'accertamento della corretta e etica gestione della discarica e un aggiornamento circa lo status degli interventi indispensabile alla riduzione di tale inquinamento olfattivo.

"Questo è niente rispetto a quello che ci aspetta nei prossimi anni, se la nuova progettata discarica verrà autorizzata e verranno accolti due milioni e mezzo di metri cubi di rifiuti speciali. Riteniamo che si tratti di una vera e propria emergenza: noi vogliamo sapere, tutti i cittadini devono sapere che cosa stiamo respirando. Percepiamo solo il cattivo odore ma ci domandiamo se vengono emessi altri inquinanti (a cominciare per esempio dalle polveri e polveri sottili) e in quali concentrazioni. Se i limiti di legge sono superati occorrerà intervenire in modo risolutivo, come prevede la legge", riporta l'ultima nota del Comitato.

Ed è una conferma del fatto che ogni volta in cui i territori non vengono adeguatamente sorvegliati e amministrati, lasciando così il campo a gestioni poco limpide dei siti di discarica o, addirittura, all'accumulo illegale di rifiuti, diventa sempre più difficile per la cittadinanza distinguere le intenzioni e la regolarità di impianti di cui il nostro Paese ha estremamente bisogno.

Da anni il Gruppo Green Holding è attento all’aspetto degli odori nei suoi impianti attraverso investimenti mirati in tecnologie e in sistemi di gestione dei rifiuti in ingresso ed in uscita dai propri impianti. Ad esempio l’impianto di trattamento reflui liquidi Ambienthesis di Liscate (MI) ha da anni scrubbers e biofiltri (uno proprio costituito da conchiglie come visto sopra) per trattare l’aria aspirata dalle vasche (tutte coperte) del depuratore ed i rifiuti prodotti vengono stoccati in container coperti e confinati in aree chiuse.

Un altro esempio è quello dell’impianto Ambienthesis ad Orbassano (TO) ove è in via di completamento l’installazione di un ossidatore termico rigenerativo che avrà lo scopo di eliminare le particelle odorigene contenute nell’aria aspirata dalle vasche del depuratore, un investimento da più di un milione di euro.

Anche per il termovalorizzatore REA Dalmine l’aspetto del controllo delle fonti di emissioni odorigene è stato valutato attentamente in fase di progettazione e di realizzazione: non solo l’aria della fossa di stoccaggio dei rifiuti in alimentazione al forno viene aspirata ed inviata alle camere di combustione ma è stata realizzata anche un'avanfossa aspirata in modo che, durante l’apertura delle porte in fase di scarico dei mezzi, non vi sia dispersione nell’ambiente di sostanze odorigene che vengono “intercettate” aspirando l’avanfossa ed inviando anche quest’aria alle caldaie.

Riguardo all’odore mi piace ricordare una frase che il Prof. Riganti, esimio studioso venuto a mancare nel 2018 che ho conosciuto ed apprezzato negli anni, soleva dire quando ci si trovava a discutere degli aspetti legati al controllo degli odori negli impianti: egli sosteneva, giustamente, che l’odore è comunque un aspetto personale perché ad esempio per qualcuno il gorgonzola puzza e per altri profuma… aggiungeva poi, ridendo, che lui per problemi ai suoi turbinati nasali ormai non percepiva più alcun odore!

Marco Sperandio

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Tue, 22 Jan 2019 16:41:54 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/472/le-emissioni-odorigene-e-il-loro-impatto-sulla-popolazione-perche-e-un-problema-inevitabile marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Qualifica IGO per Rea Dalmine https://www.marcosperandio.net/post/471/qualifica-igo-per-rea-dalmine

Nello scorso mese di dicembre Rea Dalmine S.p.A. ha ottenuto dal Gestore dei Servizi Energetici (GSE) la “Qualifica IGO”, ossia la qualifica di impianto certificato come produttore di energia elettrica da fonti rinnovabili.

Per essere certificata, l’energia rinnovabile deve possedere la cosiddetta Garanzia d’Origine (GO). Più precisamente, le Garanzie di Origine sono titoli, rilasciati in formato elettronico, che attestano l’origine rinnovabile delle fonti utilizzate dagli impianti qualificati IGO. Viene rilasciato un titolo GO per ogni MWh di energia immessa in rete dagli impianti medesimi.

Nell’ambito di quanto sopra, la produzione di energia del 2018 da parte della Rea Dalmine S.p.A. è stata certificata con successo come rinnovabile per il 51% del totale delle immissioni in rete; a fronte di ciò, l’impianto di termovalorizzazione di Dalmine otterrà, per il 2018, circa 45.000 titoli GO, corrispondenti a circa 45.000 MWh di energia da fonte rinnovabile resa disponibile sulla rete nazionale.

Tale meccanismo di incentivazione della produzione energetica da fonti rinnovabili, le cui linee guida sono state definite a livello comunitario con la Direttiva 2009/28/CE in ottemperanza alle previsioni stabilite dal Protocollo di Kyoto in materia di riduzione delle emissioni dei gas serra, permette tanto alle imprese che vendono energia, quanto ai soggetti utilizzatori di dimostrare, rispettivamente, di vendere ed impiegare solo ed esclusivamente energia classificata come rinnovabile.

In un contesto produttivo che giorno dopo giorno diviene progressivamente più attento ed esigente in fatto di sostenibilità ambientale, simili certificazioni costituiscono uno strumento assai importante sia per i consumatori di energia, ai quali con sempre maggiore frequenza vengono richieste attestazioni specifiche sul proprio prodotto finito, sia per gli stessi produttori di energia, i quali, dal canto loro, vengono così a trovarsi in possesso di una qualifica molto richiesta sul mercato.

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Thu, 17 Jan 2019 17:40:39 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/471/qualifica-igo-per-rea-dalmine marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
L’inquinamento ambientale è un’emergenza concreta, finalmente l’abbiamo capito https://www.marcosperandio.net/post/470/l-inquinamento-ambientale-e-un-emergenza-concreta-finalmente-l-abbiamo-capito

Fortunatamente sempre più individui hanno acquisito la consapevolezza dell'emergenza rappresentata dall'inquinamento ambientale, e sembra che finalmente anche a livello istituzionale, in parte, ci si stia muovendo per far sì che tutte le persone e le organizzazioni pongano questo problema concreto come una variabile imprescindibile di comportamento.

Forse a causa delle avvisaglie e dei fatti di cronaca inevitabilmente più frequenti, infatti, nell'agenda politica internazionale sono introdotte un numero sempre maggiore d’iniziative e decreti legislativi volti al definitivo cambio di rotta in termini di protezione e tutela dell'ambiente e delle forme di vita in esso presenti.

Dopo mesi di negoziati, e visionata la relazione del Parlamento Europeo dello scorso ottobre, anche l'Unione Europea ha finalmente fatto un passo in avanti nei confronti delle politiche di tutela ambientale.

La Commissione Ambiente, infatti, ha concordato con il Consiglio che a gennaio 2019 si voterà il testo sullo stop alla produzione del 70% dei materiali in plastica che a oggi inquinano spiagge e oceani. A partire dal 2021 saranno proibite posate, cannucce, cotton-fioc, palette, bastoncini per palloncini, e altri comuni oggetti che da soli rappresentavano la gran parte del plastic waste globale.

Oltretutto è stato anche deliberato che, dal 2025, le bottiglie in pet dovranno essere composte dal 25% di materiale riciclato, percentuale che salirà al 30% già dal 2030. In ultimo, è stato fissato l'obiettivo di raccolta del 90% delle bottiglie di plastica entro il 2029. Massimo in due anni dalla pubblicazione sulla Gazzetta dell'Unione Europea i Paesi membri sono chiamati a recepire e assimilare questa direttiva, che comprende tra gli altri anche gli imballaggi per gli alimenti pronti, i recipienti alimentari, le tazze in polistirene e tutte le plastiche dette oxodegradabili (con l'etichetta abusiva di biodegradabilità).

Sembra quindi che l'obiettivo sia finalmente ridurre il consumo internazionale dei prodotti monouso di plastica, esigendo standard più virtuosi soprattutto sulla produzione e l'etichettamento.
Al fine di evitare l'emissione di 3,4milioni di tonnellate di CO2, poi, sembra che l'Unione Europea abbia finalmente preso la decisione di tassare i produttori di plastica, anche e soprattutto l'industria del tabacco per quanto riguarda la dispersione dei filtri nell'ambiente, in questo momento il secondo prodotto monouso in plastica per consumo europeo. Su questo punto, in particolare, si è espresso anche l'eurodeputato del Movimento5Stelle Piernicola Pedicini, ponendo delle critiche circa "l’obiettivo di riduzione dei mozziconi di sigarette, che impiegano tra i 10 e i 12 anni per deteriorarsi e contengono numerose sostanze chimiche tossiche per l’ambiente".

La direttiva rappresenta "vantaggi ambientali [ma anche] economici", in quanto ai consumatori una politica più etica e lungimirante farebbe risparmiare anche 6,5 miliardi di euro.

Una nota del testo riporta poi la dichiarazione del vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans, che dichiara come “gli europei [siano] consapevoli che i rifiuti plastici costituiscono un enorme problema e l’Ue nel suo insieme [stia dando] prova di grande coraggio nell’affrontarlo, rendendosi riferimento nella gestione degli scarti plastici marini“, ponendo tale documento come "lo strumento giuridico più ambizioso al mondo in materia di rifiuti marini".

Altrettanto importanti si propongono le parole di Marco Affronte, eurodeputato dei Verdi, secondo il quale la nuova direttiva è una "vera vittoria per la conservazione del nostro pianeta e un atto di solidarietà verso le generazioni future", ma comunque non sufficiente. L'Unione Europea, infatti, "deve dimostrare che è possibile eliminare la plastica monouso e diventare un esempio globale".

E' quindi scontato dire che è un buon inizio, ma che si può e si deve fare ancora molto a livello legislativo per spezzare questo ciclo che dalla produzione porta alla dispersione nell'ambiente.

Dello stesso parere è infatti Greenpeace: “Arriva un segnale importante dall’Europa per contrastare l’inquinamento da plastica nei mari del Pianeta. Tuttavia le misure concordate, come la riduzione a monte della produzione di alcuni imballaggi e contenitori in plastica monouso, non rispondono pienamente alla gravità dell’inquinamento dei nostri mari” si legge in una loro nota. Il responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia Giuseppe Ungherese aggiunge poi che "quello lanciato dall’Unione europea è un segnale importante che risponde alle richieste e alle preoccupazioni di migliaia di cittadini. Ancora, però, si è lontani da una vera soluzione. Non introducendo misure vincolanti per gli Stati membri per ridurre il consumo di contenitori per alimenti, e ritardando di quattro anni l’obbligo di raccogliere separatamente il 90 per cento delle bottiglie in plastica, l’Europa regala così alle grandi multinazionali la possibilità di fare ancora enormi profitti con la plastica usa e getta a scapito del Pianeta"[1].

Se da un lato, insomma, si registra una consapevolezza ai vertici istituzionali e una volontà di intervenire a cascata su tutte le amministrazioni e i territori membri, dall'altra la spinta critica e propulsiva perpetuata dal basso da parte di cittadini e organizzazioni più o meno grandi si pone come costante ricerca di una migliore qualità di vita e di tutela ambientale.

Un trend che si manifesta anche in Italia, nella bellissima Villa Magnesi di Palermo, dove il 20 dicembre appena trascorso si è tenuto il workshop di Urban Health dal titolo La salute nelle nostre città: le conoscenze e le possibili soluzioni per un reale miglioramento della qualità di vita della popolazione. L'evento è stato organizzato dall'associazione scientifica Hospital and Clinical Risk Managers e dall'associazione Trecento90 Città.

A partire dalla volontà di supportare e salvaguardare la salute delle persone nei contesti urbani, Urban Health si pone come attore compartecipe di un approccio strategico in grado di sviluppare iniziative consapevoli e sostenibili di rigenerazione urbana, coniugando le attività di tutela e promozione della salute con i processi di progettazione territoriale.

L'obiettivo è quello di sviluppare e intraprendere azioni in grado di generare un tangibile miglioramento dell'urbanistica, tale da ripercuotersi in un conseguente impatto positivo sulla salute dei cittadini e sulla qualità fisica, psichica e sociale degli stessi. Analizzando la popolazione residente nelle metropoli, infatti, si esegue quella che scientificamente viene definita health prism, o health lens, un cambio di focus, cioè, che sposta l'attenzione sulla promozione della salute e sulla prevenzione delle malattie, in particolar modo quelle cronico-degenerative. Queste, infatti, presentano rilevanti correlazioni con le variabili di pressione tipiche dei contesti urbani contemporanei, e di conseguenza incidono pesantemente sui sistemi sociosanitari europei.

Per chi opera nel settore medico-sanitario, d'altro canto, il raggiungimento degli obiettivi strategici e innovativi volti alla tutela della salute, alla sostenibilità e, si spera, all'implementazione dei sistemi socio-assistenzialistici, pone l'intero approccio completamente inserito in ciò che l'Organizzazione Mondiale della Sanità definisce health in all policies, uno sviluppo sanitario che va oltre il concetto di assistenza.

Il concetto è di stimolare e implementare sinergie e collaborazioni tra i professionisti medico-sanitari e chi opera in campi più tecnici, quali ad esempio architetti, urbanisti, paesaggisti, ingegneri ambientali e così via.

Il workshop è stato impostato in due diverse sessioni, la prima delle quali in cui si è discusso degli approcci e delle linee guida per una città più in salute e più a portata d'essere umano, del concetto di indoor e di autosufficienza energetica nei luoghi pubblici, dello sviluppo di una nuova mobilità, definita dolce, in grado di favorire un invecchiamento attivo della popolazione. La seconda sessione, quella pomeridiana, è stata invece dedicata allo sviluppo delle smart cities e all'amministrazione integrata dei rifiuti, con alcuni esempi di buone pratiche adottate nei comuni siculi.[2]

Marco Sperandio

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Thu, 3 Jan 2019 17:05:39 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/470/l-inquinamento-ambientale-e-un-emergenza-concreta-finalmente-l-abbiamo-capito marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
I rifiuti nelle acque: possibili soluzioni a un problema ormai globale https://www.marcosperandio.net/post/469/i-rifiuti-nelle-acque-possibili-soluzioni-a-un-problema-ormai-globale

Quello dei rifiuti nelle acque è un problema che si fa sempre più preoccupante e per il quale tantissime aziende, organizzazioni e istituzioni stanno cercando di correre a contromisure. "Il marine litter è uno dei problemi ambientali più gravi del nostro tempo. Si stima che oltre l’80% sia composto da plastiche e microplastiche, e gran parte di queste arrivano in mare trasportate dai corsi d’acqua“ ha recentemente dichiarato a tal proposito Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile[1].

E' una notizia di qualche giorno fa, ad esempio, quella della nascita del progetto Il Po d'AMare, predisposto dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Corepla e Castalia e implementato dal coordinamento istituzionale svolto dall’Autorità di Bacino distrettuale del fiume Po con il patrocinio del Comune di Ferrara e dell’Aipo (Agenzia Interregionale per il fiume Po). Attraverso tecniche innovative, barriere in polietilene che intercettano, selezionano, intrappolano e infine raccolgono la plastica galleggiante, si prelevano così i rifiuti presenti nel fiume, separando poi tutti quelli in plastica per avviarle alla catena del riciclo.

In questo caso i rifiuti raccolti sono poi portati a riva dove, raccolti in cassoni che saranno trasportati presso l’impianto Transeco a Zevio (VR), a circa 75 km di distanza, subiranno un’iniziale separazione delle diverse frazioni, con il filtraggio della componente plastica da dirigere a successivi trattamenti mentre i restanti rifiuti da inviare al regolare smaltimento.

Una nota a margine ma altrettanto importante è quella che vede i costi di questo progetto pilota interamente coperti da Castalia e Corepla, con l’obiettivo di valutare la possibilità di costruire una vera filiera in una completa ottica di economia circolare[2].

Spostandoci dal fiume al mare, un progetto altrettanto interessante è quello capitanato dal Parco Nazionale dell'Asinara che coinvolge la Sardegna, l'Emilia Romagna, le Marche e la Puglia. Denominato Clean Sea Life stiamo qui parlando di un’iniziativa europea mirata allo smaltimento del marine litter nei porti grazie alla collaborazione dei pescatori. Durante il primo step della sperimentazione, infatti, sono stati monitorati 34 pescherecci di Porto Torres, Rimini, San Benedetto del Tronto e Manfredonia nella loro attività routinaria durante l'escursione marina di una notte. Dai dati pervenuti, è emerso come le imbarcazioni in poco tempo abbiano raccolto una tonnellata e mezza di rifiuti accumulati sui fondali che, una volta portata a terra, sono stati invece regolarmente smaltiti[3].

I rifiuti marini provengono per circa l’80% dalla terraferma e giungono in mare soprattutto per i corsi d’acqua e gli scarichi urbani, mentre per il restante 20% l'origine è da ricercarsi nelle attività di pesca e navigazione[4]. Tra le principali cause del marine litter si annoverano, quindi, la non corretta gestione di rifiuti urbani e industriali, la scarsa pulizia delle strade, abbandoni e smaltimenti illeciti, ed è per questo che parallelamente al virtuoso lavoro di pulizia delle acque è indispensabile per ogni Paese, Italia in primis, il dotarsi di una rete di imprese e organizzazioni che sul territorio siano in grado di organizzare un Sistema di gestione dei rifiuti etico, rispettoso delle Normative vigenti e, soprattutto, proteso verso un impatto 0 nei confronti dell'ambiente circostante.

Aziende come quelle del Gruppo Green Holding che lavorano dotandosi delle migliori innovazioni tecnologiche, che seguono e anzi spesso anticipano i limiti della legge dettandone nuovi esempi imprenditoriali, vanno sicuramente incentivate e promosse come vere e proprie eccellenze del territorio, per far si che il prima possibile l'Italia divenga un Paese non inquinante e in grado di autogestire il proprio flusso di trattamento e smaltimento dei rifiuti.

Marco Sperandio

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Mon, 17 Dec 2018 17:18:22 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/469/i-rifiuti-nelle-acque-possibili-soluzioni-a-un-problema-ormai-globale marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Ancora problemi nella gestione dei rifiuti: alcune provvisorie soluzioni pratiche https://www.marcosperandio.net/post/468/ancora-problemi-nella-gestione-dei-rifiuti-alcune-provvisorie-soluzioni-pratiche

Il Sistema di Gestione dei Rifiuti in Italia fatica ancora nel suo avviamento a flusso continuo e stabile e, essendo delegato nella sua processualità alle singole Regioni, registra ancora oggi una serie di cronache negative che, purtroppo, finiscono per pesare su tutto il territorio nazionale.

Quanto è successo per i Comuni vesuviani ce ne fornisce un esempio, laddove si sta registrando un rallentamento, spesso addirittura un blocco, della raccolta e del deposito degli stessi rifiuti, cosa che ha spinto le amministrazioni comunali a scrivere una dettagliata nota al Prefetto di Napoli, con la richiesta emergenziale di organizzare un tavolo tecnico di lavoro al fine di trovare una possibile soluzione in tempi ristretti. Le criticità attuali della filiera, organizzata in vari e dislocati centri di conferimento e smistamento dei rifiuti, sono emerse quando alcuni di questi siti, predisposti ad accogliere i materiali nobili (legno, ingombranti, carta, plastica, vetro, ecc.), sono stati interessati da pesanti incendi durante questa passata estate.

Ed è per questo che, afferma Lello Abete, sindaco di Sant'Anastasia, “prima di arrivare ad una situazione di emergenza e di disagio ci siamo attivati come sindaci dei comuni interessati per chiedere aiuto al Prefetto, massima autorità territoriale, al fine di trovare soluzioni adeguate e prevenire ed evitare che i problemi riscontrati finora diventino ingestibili, con una ricaduta negativa sui cittadini e sul territorio”. Si spinge addirittura più in là Salvatore Di Sarno, amministratore del Comune di Somma Vesuviana, dichiarando che "gli incendi di questa estate hanno seriamente compromesso il lavoro svolto dai Comuni riguardo la raccolta differenziata. Sono stati interessati, infatti, i maggiori impianti di trattamento dei rifiuti della nostra regione e ora le ditte che si occupano della raccolta stanno avendo notevoli disagi nel conferimento. Per questo chiediamo con fermezza, ed urgenza, al prefetto di convocare una riunione che ci permetta di trovare una soluzione concreta al problema prima che scoppi una nuova emergenza sui nostri territori. Non vorremmo che, con gli impianti, andassero in fumo anche tutti i sacrifici fatti dai nostri cittadini e dagli enti che amministriamo per svolgere al meglio la differenziata[1].

Altro caso finito purtroppo agli onori di cronaca per una denuncia di mala-gestione è quello del Comune di Latina nel Lazio, dove l'opposizione in Comune ha chiesto le dimissioni dell’assessore all’Ambiente Roberto Lessio durante la discussione del piano industriale dell'azienda speciale ABC, anch'essa risultata inadeguata secondo lo stesso Presidente Demetrio De Stefano. La situazione è scaturita da un mancato mutuo di 12milioni di euro, che avrebbe rappresentato nel piano budget la base di avvio della differenziata spinta. Il mancato raggiungimento dell'impegno bancario, a quanto dice invece l'Assessore all'Ambiente, è stato dovuto ad una legge interna della Cassa Depositi e Prestiti che prevede la concessione di prestiti soltanto in seguito all'approvazione di due bilanci (e ABC, vista la sua giovane età fiscale, ne è sprovvista).

Non ce l’ho con l’azienda perché con i mezzi che ha a disposizione ABC non può fare altrimenti, ma è colpa della politica. Io ribadisco la richiesta di dimissioni perché lei ha fallito”, ha quindi affermato la candidata dell'opposizione Giovanna Miele rivolgendosi all’assessore. Posizione condivisa anche da Matteo Adinolfi della Lega, che ha riferito come “protocolleremo una mozione di sfiducia perché i cittadini ce lo chiedono”. Entrando nello specifico del mutuo con Cassa Depositi e Prestiti, Roberto Lessio, dal canto suo, ha ribadito quanto detto dal presidente di ABC Demetrio De Stefano, e cioè che a gennaio 2018, in sede di accordi, questo aspetto non era emerso e che quindi non risultava potessero insorgere degli ostacoli nella chiusura dell'appalto[2]. In questo tira e molla, naturalmente, chi ne fa le spese è la popolazione che da troppo tempo è quindi costretta a convivere con i gravi disagi che la mancanza di servizi sui rifiuti può portare al contesto urbano.

Fortunatamente, però, si registrano di pari passo anche le prime avvisaglie di una corretta interpretazione della gestione dei rifiuti, assieme ad una sempre crescente consapevolezza del problema della sostenibilità ambientale e dell'importanza del recupero dei materiali, sotto forma di nuovi cicli di consumo o, più semplicemente, di riconversione in energia o in utilizzo agricolo.

E così in Emilia-Romagna ha preso il via un’iniziativa già ampiamente supportata e perfettamente funzionante in molti dei Paesi considerati sviluppati. Sono nate, infatti, imprese come Ricilia, Green Evo e Green Money, il quale core business è la fornitura e l'assistenza di sistemi di riciclo a premio della plastica, applicato soprattutto per le catene di supermercati che così ricompensano i clienti virtuosi con l'elargizione di buoni spesa. E' per questo che big retailer quali Conad, DiMeglio e Sigma stanno procedendo con l'inserimento in molti punti vendita dei cosiddetti eco-compattatori, in grado di remunerare chi consegna le bottiglie di plastica attraverso il regalo di buoni sconto sulla spesa.

E' un'iniziativa, questa, che negli ultimi mesi sembra decisamente avviarsi verso una conferma, forte dell'aumento degli eco-compattatori utilizzati anche dai singoli Comuni. Ad esempio la Green Money ha da subito inserito circa quaranta punti vendita tra Rimini, Riccione e provincia, mentre la Ricilia, operante su tutto il territorio nazionale, si è già dotata di una trentina di questi strumenti. Stando ai dati forniti, poi, nei soli punti di competenza Green Money finora si è raccolto oltre 210mila bottiglie di plastica al mese, corrispondenti a 7tonnelate di materiale consegnato al recupero e riciclo. Il tutto con un risparmio medio-annuo di circa 600euro per famiglia[3].

Quella del recupero della plastica nelle acque Comunali è una strada che nel resto d'Europa, soprattutto nei Paesi Baltici, è stata ampiamente percorsa con successo. Ce ne fornisce uno splendido esempio l'Olanda, nello specifico la città di Rotterdam, dove la plastica raccolta nei fiumi è stata trasformata in uno spazio pubblico accessibile alla cittadinanza, le cui strutture galleggianti sono sate realizzate utilizzando la plastica raccolta nei corsi d'acqua della città (per il momento 140m2, ma il progetto finale aspira nei prossimi messi ad ampliare il parco fino a circa 1500m2 di oasi galleggiante).

La Recycled Island Foundation ha provveduto a trasformare il materiale raccolto in blocchi esagonali di 2m per lato grazie all'aiuto dei ricercatori dell'università di Wageningen, e con una struttura a nido d'ape hanno contribuito alla realizzazione di piccoli giardini, habitat per la flora e la fauna del paesaggio, o anche aree ristoro e di sosta con tanto di panchine e sedute dove i visitatori possono sostare per rifocillarsi. Inoltre un altro elemento indispensabile dell'opera consiste nella presenza di vere e proprie trappole per la plastica, adibite all'intercettazione di questo materiale che così evita di disperdersi nell'oceano.

Il coordinatore del progetto Ramon Knoester ha spiegato che ”i blocchi galleggianti hanno diversi usi e sono molto adattabili, in superficie, come se fossero vasi, sono state piantati fiori e piante autoctoni in grado di attrarre api e insetti, e salvaguardare la biodiversità mentre nella parte immersa nell’acqua, è stato inserito uno speciale materiale ruvido in cui i pesci potranno deporre le uova[4].

Questa è sicuramente una soluzione innovativa, eco-sostenibile, che in un sistema di gestione strutturato e ben oliato come quello dei Paesi Bassi contribuisce a fornire un nuovo strumento di raccolta. A differenza del caso dell'Emilia Romagna, quindi, s’inserisce in un contesto che già ha una predisposizione a una corretta gestione del Sistema e quindi ne aumenta la capacità fornendo, allo stesso tempo, un plus di innovazione progettuale.

In Italia, purtroppo, abbiamo ancora moltissimi casi di Regioni che non hanno ancora predisposto una corretta progettualità d'insieme, e quindi applicazioni come queste rischiano di rimanere isolate e fuori contesto, non riuscendosi ad inserire in una programmazione che, invece, a partire dalle Istituzioni e a cascata su le imprese e sulla cittadinanza, si rende sempre più indispensabile.

Marco Sperandio

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Mon, 3 Dec 2018 17:45:16 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/468/ancora-problemi-nella-gestione-dei-rifiuti-alcune-provvisorie-soluzioni-pratiche marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Ancora disagi nella Capitale, la situazione dei rifiuti fatica a sbloccarsi https://www.marcosperandio.net/post/467/ancora-disagi-nella-capitale-la-situazione-dei-rifiuti-fatica-a-sbloccarsi

A Roma la situazione dei rifiuti sembra piano piano sbloccarsi, nonostante si faccia ancora molta fatica a contenere i disagi che i numerosi problemi operativi e logistici fanno subire ai cittadini da diverso tempo.

La Capitale è alle prese con un braccio di ferro tra il Comune e la Regione che, da un anno a questa parte, sta immobilizzando l'intera gestione del flusso di rifiuti lasciando tante strade all'incuria.

Qualcosa sembra muoversi, e nel corso di una conferenza stampa tenutasi il 4 ottobre scorso il presidente e ad di Ama Lorenzo Bagnacani ha dichiarato come "da sabato (6 ottobre, nda) tutto dovrebbe tornare in una condizione di normalità". Nonostante la settimana in questione sia stata tra le peggiori in termini di vivibilità e d’igiene, con un'enorme quantità di rifiuti versate in terra e innumerevoli denunce fotografiche presentate da parte dei cittadini, si è finalmente raggiunta la "risoluzione del contratto con la Coop 29 giugno" delegata alla raccolta differenziata nelle utenze non domestiche. "Una situazione che si prolungava da un po' di tempo il servizio non era adeguato a quanto previsto dal contratto e negli ultimi tempi avevamo i servizi scoperti. Era una realtà che non stava più funzionando e la situazione di stava aggravando" ha continuato il numero uno di Ama.

Dal momento che una parte consistente della filiera rimaneva bloccata, e "i sistemi si contaminano pesantemente", è molto facile intuire come il susseguirsi dei disagi fosse inevitabile. Ed è per questo che "il 21 di ottobre partirà il nuovo servizio di raccolta differenziata delle utenze non domestiche e questo comporterà a sua volta un migliore servizio anche sulla rete ordinaria liberando spazi e decori" , come ha specificato lo stesso Bagnacani. L'Ama, aggiunge, "nelle ultime 72 ore ha lavorato giorno e notte perché abbiamo 174 servizi delle utenze non domestiche in capo alla cooperativa e in ogni servizio sono impiegati un mezzo con una squadra di due persone: non avevamo questi numeri di riserva. Abbiamo ripianificato un po' le nostre risorse e un po' coinvolgendo altre aziende col mutuo soccorso".

Ad aggiungere disagi ha contribuito anche il problema dell'incremento di produzione domestica di immondizia, "un aumento complessivo della produzione dei rifiuti di circa il 7/8%: una parte va sulla differenziata e un'altra sul rifiuto indifferenziato. Il tema non è che a Roma i rifiuti sono rimasti invariati ed è cambiata la proporzione tra indifferenziata e differenziata ma è aumentata la base complessiva dei rifiuti".

La questione forse più spinosa rimane quella inerente al bilancio aziendale, che ad oggi non è ancora stato approvato e contribuisce a ritardare ulteriormente l'amministrazione del sistema complessivo. "Sul bilancio di Ama siamo in un ritardo inconsueto ma sono stati fatti tanti approfondimenti, è un bilancio complicato che ha partite storiche. È stata fatta un'operazione di chiarezza, siamo nella fase finale e a breve il bilancio verrà approvato. Non c'è una mia delegittimazione, non ci sono contrasti con nessuno e non c'è alcuna ragione per pensare che ci siano contrasti", ha rassicurato sempre Bagnacani.

Nel frattempo, però, il capogruppo Pd al Campidoglio Giulio Pelonzi ha presentato una mozione per chiedere alla Sindaca Virginia Raggi di rimuovere l'assessora all'Ambiente Pinuccia Montanari dal suo ruolo.

Tanto da spingere la consigliera Valeria Baglio a dichiarare come "a oltre due anni di governo [M5S] la situazione del decoro e dei rifiuti della città è peggiorata. I cittadini sono esasperati, i cassonetti stracolmi, il porta a porta non funziona per mancanza di mezzi e personale, i bandi di gara vanno deserti. Nonostante ci raccontino la favoletta dei rifiuti zero la raccolta differenziata è ferma al palo. Siamo di fronte a un'azienda che era in ripresa e che doveva diventare un'industria capace di trarre ricchezza per la città è invece senza un piano industriale e soggetta a continui cambi al vertice". La stessa rappresentante PD ha aderito, assieme a Giovanni Caudo, presidente del III Municipio, alla protesta del 6 ottobre per la chiusura dell'impianto Tmb di via Salaria, una mozione promossa anche dai consiglieri Svetlana Celli, Davide Bordoni e Maurizio Politi.

Pelonzi ha poi concluso come anche il tema Malagrotta "era stato risolto dalla precedente giunta Marino con la progettazione degli ecodistretti. Con l'arrivo del Movimento cinque stelle in Campidoglio è stato tutto bloccato e non è più stata elaborata alcuna progettazione"[1].

Proprio la questione Malagrotta è arrivata di recente a un punto di svolta, con il Ministero dell'Ambiente che ha dichiarato alla Città metropolitana di dover produrre un atto politico volto a delineare le aree idonee su Roma e Provincia a ospitare una nuova discarica, dal momento in cui le semplici cartografie elaborate finora rimanevano insufficienti a far partire il progetto. Arrivando al voto del Consiglio, poi, l'attuale Giunta dovrà per forza di cose appoggiarsi a qualche altra forza politica, essendo a oggi una maggioranza relativa.

Il Ministro dell'Ambiente Sergio Costa, attraverso il suo pool di tecnici, sembra quindi aver elaborato una strategia che potrebbe mettere fine a questo braccio di ferro istituzionale, visto che il piano rifiuti sarà varato dalla Regione Lazio sulla base della nuova mappa tracciata al Comune.

Tornado a Roma, e alla sua azienda di riferimento Ama, è in corso un'inversione di rotta e uno stravolgimento del piano industriale che volgerà verso nuovi impianti per valorizzare le frazioni redditizie della raccolta differenziata, oltre che su strutture specializzate nel trattamento dei materiali ingombranti[2].

Potrebbe quindi rappresentare una potenziale soluzione per Roma, i cui cittadini da troppo tempo subiscono la disorganizzazione istituzionale che l'ha privata di un sistema di gestione di rifiuti autosufficiente e in grado di garantire i giusti criteri di salvaguardia ambientale e salute pubblica.

Marco Sperandio

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Fri, 2 Nov 2018 17:05:30 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/467/ancora-disagi-nella-capitale-la-situazione-dei-rifiuti-fatica-a-sbloccarsi marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
La gestione dei rifiuti in Italia: bisogna fare meglio https://www.marcosperandio.net/post/466/la-gestione-dei-rifiuti-in-italia-bisogna-fare-meglio

Nonostante in Italia siamo a buon punto su molti aspetti delle direttive europee per la gestione dei rifiuti, quale ad esempio quello inerente la raccolta differenziata che ci vede tra i più virtuosi, bisogna ancora fare meglio su tante fasi del processo.

Secondo la World Bank che ha presentato recenti stime, infatti, la produzione annuale su scala globale è destinata ad aumentare di circa un miliardo e mezzo di tonnellate di rifiuti entro la metà del secolo. Dall'Europa arriva quindi un monito, che ci ragguaglia sul fatto che nonostante la gestione di questo flusso sia nettamente migliorata, "lo status quo non è un'opzione [e] occorre fare di più".

E' così che la Commissione Europea ha pubblicato in data 24 settembre l'ultima revisione in merito alle norme comunitarie in materia di gestione dei rifiuti da parte dei Paesi membri. All'interno di questo documento vengono sottolineate alcune deficienze dei sistemi nazionali, le cui tempistiche richiedono un intervento celere se non addirittura emergenziale.

In particolare per quanto riguarda i rifiuti urbani, dalla stima si evince come 14 Stati correrebbero il rischio di mancare l'obiettivo fissato per il 2020, e cioè di aumentare del 50% il tasso di riciclo. Sono la Bulgaria, la Croazia, Cipro, l'Estonia, la Finlandia, la Grecia, l'Ungheria, la Lettonia, Malta, la Polonia, il Portogallo, la Romania, la Slovacchia e anche la Spagna. Per questo motivo Bruxelles riferisce che "questi paesi devono fare di più perché le loro popolazioni e le loro economie possano beneficiare dell’economia circolare".

La stessa direttiva europea è stata rimodellata all'interno del pacchetto Economia Circolare con lo scopo di includere obiettivi rinnovati e ambiziosi nei riguardi del municipal waste, tale per cui entro il 2025 questa quota dovrà raggiungere il 55%, per salire al 60% entro il 2030 e il 65% nel 2035.

Per quanto riguarda alcuni settori, quali ad esempio il comparto delle costruzioni e delle demolizioni, è ancora più urgente l'allineamento in quanto il quadro europeo stabilisce un target 2020 del 70% di predisposizione al recupero, riciclo e riutilizzo dei materiali.

La metà degli Stati membri afferma di rientrare nell'obiettivo stabilito per il 2020 già dal biennio 2013-2015, tuttavia la Svezia, la Grecia, Cipro e la Slovacchia rimangono sotto la soglia del 60%. Per quanto riguarda i RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), invece, i meno virtuosi risultano la Lettonia, Malta, la Romania e Cipro.

Con le norme UE in materia di rifiuti adottate di recente dal Parlamento europeo e dal Consiglio dei ministri, l’Europa può diventare il leader globale per la moderna gestione dei rifiuti e sviluppare ulteriormente la propria circular economy. Esistono ancora differenze in tutta Europa, ma sono possibili progressi attuando a livello nazionale e locale alcune azioni identificate nella relazione” ha dichiarato Karmenu Vella, commissario per l'ambiente, gli affari marittimi e la pesca[1].

In Italia, come anticipavo, siamo tra i capofila europei per quanto riguarda la raccolta differenziata, con una media percentuale statale che è praticamente il doppio di quella del resto di Europa, ma un forte deficit istituzionale è rappresentato dalla mancanza di programmazione che, a partire dallo Stato, dovrebbero coinvolgere pian piano tutte le Amministrazioni, le imprese virtuose e la cittadinanza attiva.

Questo comporta una serie di problemi sui vari territori, di cui naturalmente a farne le spese sono soprattutto i cittadini e l'ambiente.

La bocciatura dello Sblocca Italia, e del conseguente progetto di realizzare otto nuovi inceneritori lungo lo stivale, ha infatti complicato di molto la situazione di gestione di rifiuti, dove l'incremento della raccolta differenziata e, di conseguenza, del materiale da gestire, mischiato alla carenza degli impianti e alla chiusura delle frontiere cinesi ha portato, tra le altre cose, al moltiplicarsi dei roghi nei siti che trattano e stoccano i rifiuti. In mancanza di un piano mirato da parte delle Amministrazioni, quindi, spesso si ricorre a situazioni malavitose che si traducono in traffici illeciti e incendi.

Da una parte cresce quindi la quantità da gestire, dall'altra diminuiscono repentinamente le destinazioni dove gestirla. Dopo un lieve calo nel 2015, infatti, la spazzatura urbana è continuata ad aumentare fino a superare nel 2016 la soglia delle 30 milioni di tonnellate, cifra record del 2011. A questi volumi vanno poi aggiunti gli scarti speciali industriali, che hanno avuto un incremento di quasi 10 tonnellate annue dal 2013 al 2015.

In tutto ciò di quello che viene differenziato dai cittadini una bella fetta non può essere riciclata, oltre al fatto che sono decisamente aumentati gli imballaggi in plastica destinati a un secondo ciclo di consumo. Le confezioni piccole quali i contenitori monouso, le vaschette e gli imballi multistrato, rappresentano tutti quei rifiuti che, ad oggi, possono soltanto essere bruciati o sepolti nelle discariche. Una percentuale di questi polimeri misti, tecnicamente denominati plasmix, potrebbe essere riutilizzato per il settore automobilistico o per arredi da esterno, ma i siti addetti al loro riciclaggio continuano ad essere oggi veramente pochi, poiché non sufficientemente convenienti da un punto di vista economico. C'è addirittura una misura dell'ultima legge di stabilità che incentiva chi acquista prodotti in plastiche miste riciclate, ma per questo i risultati potranno conteggiarsi soltanto nel lungo periodo. Nel frattempo la legge che impone alle pubbliche amministrazioni l'acquisto di materiale rigenerato sembra insufficiente, dal momento che non prevede sanzioni per chi non rispetta i canoni.

Un altro punto del discorso si annovera sulla politica di riduzione degli sprechi, richiesta dall'Unione Europea ma non ancora applicata in una strategia nazionale efficace. La stessa carta, negli ultimi anni riciclata un terzo della plastica, è finita per ingrossare i carichi spediti nel Sud Est asiatico. I rifiuti indifferenziati urbani, così come quelli speciali e gli scarti della differenziata, devono però essere smaltiti. E così gli inceneritori italiani sono saturi e hanno, conseguentemente, alzato i prezzi, anche per gli aumentati costi per l’invio a recupero o smaltimento dei residui della combustione, il che rende per le Amministrazioni obbligatorio rivolgersi agli impianti Europei, con la conseguenza che la gestione lievita, aumentano i tempi di stoccaggio, il rischio di incendi, e inoltre le bollette del servizio lievitano.

A seguito del blocco cinese, e delle conseguenti direttive dell'Unione Europea, l'Italia non si è attrezzata per inserire gli impianti della filiera del riciclo tra gli strumenti strategici e di preminente interesse nazionale, come invece è stato fatto per gli inceneritori nel 2014. L'unica mossa eseguita in questa direzione, è stata l'introduzione dei sacchetti alimentari biodegradabili. Decisamente poco per affrontare un'emergenza nazionale.

Il rifiuto meno lo tocchi più guadagni. Per questo tante volte arriva il benedetto fuoco. Quello che brucia va in fumo e il fumo non si tocca più”, erano state le parole del magistrato della Dna Roberto Pennisi sul tema degli incendi dolosi nelle discariche.

Dove le Istituzioni e le sue leggi non riesce ad arrivare, infatti, si sviluppa una infinita possibilità di germogliare di tutte quelle organizzazioni illecite che abbattono i tempi e i costi di gestione, aumentando però a dismisura l'impatto sull'ambiente e sulla salvaguardia della salute pubblica.

La relazione della commissione bicamerale Ecomafie sugli incendi, che ha visto la luce nel gennaio del 2018, contava 261 roghi in impianti di gestione dei rifiuti  soltanto tra il 2014 e l'estate del 2017. Addirittura l'ex deputata M5S e Verdi Claudia Mannino, che da qualche tempo fa luce sul fenomeno, afferma che negli ultimi undici mesi ce ne siano stati uno ogni due giorni, ben 149.

In tutto questo il Ministero dell'Ambiente si è limitato a inviare una circolare ai Vigili del fuoco, a Ispra e alle Forze dell'Ordine, contenente le linee guida per la gestione operativa degli stoccaggi negli impianti di gestione dei rifiuti e per la prevenzione dei rischi. Mancano quindi ancora i decreti per facilitare il recupero dei materiali, mentre le Regioni continuano a non organizzarsi internamente per instaurare, si spera definitivamente, quel flusso processuale di gestione dei rifiuti che non graverebbe sul territorio[2].

Marco Sperandio

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Mon, 29 Oct 2018 19:15:11 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/466/la-gestione-dei-rifiuti-in-italia-bisogna-fare-meglio marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
La gestione dei rifiuti in Italia, pratiche alternative a fronte di una scarsa programmazione https://www.marcosperandio.net/post/465/la-gestione-dei-rifiuti-in-italia-pratiche-alternative-a-fronte-di-una-scarsa-programmazione

Nonostante il ritardo programmatico del nostro Paese nell'instaurare un flusso stabile e continuo di gestione dei rifiuti cominciano a vedersi nei nostri territori esempi di pratiche alternative che ci dimostrano come ci sia una rinnovata consapevolezza del problema.

E' lo stesso Ministero dell'Ambiente attraverso la sua Direzione generale per i rifiuti e l'inquinamento questa volta a dare un segnale, avvalendosi del supporto dell'Albo Nazionale Gestori Ambientali e di Ecocerved per sviluppare MonitorPiani, un nuovo strumento di monitoraggio di informazioni e di documentazione in merito ai piani di gestione dei rifiuti nelle varie Regioni d'Italia.  Al momento le Amministrazioni aderenti al progetto sono cinque, la Lombardia, l'Emilia Romagna, il Friuli Venezia Giulia, la Campania e la Calabria.

Marco Botteri di Ecoverd nel presentare questo progetto ha affermato che lo sviluppo di questo strumento si è realizzato "per consentire al Comitato nazionale dell’Albo dei gestori ambientali di supportare il ministero nel monitoraggio dei piani di gestione dei rifiuti".

Alla base del sistema informativo di MonitorPiani vi è quindi il censimento degli obiettivi e degli indicatori dei piani vigenti, i quali, dopo essere stati caricati sul portale, permettono agli Enti di accedere all'area riservata, monitorare la completezza e il report dati, modificandoli qualora ce ne fosse il bisogno, per poi portarli a realizzazione e mandarli infine alla verifica del Ministero stesso.

Lo stesso Botteri spiega che in seguito a questa prima fase la Regione, annualmente, va ad inserire manualmente il valore aggiornato di ogni indicatore del suo specifico piano, così che i dati possano essere a disposizione del Ministero che, a sua volta, potrà quindi comunicarli all'Unione Europea.

Quello che attua il Ministero in materia di rifiuti, quindi, diventa un vero e proprio controllo collaborativo, come evidenziato dal direttore generale Mariano Grillo. "Dopo i rilievi della Commissione europea su molti piani di gestione dei rifiuti, ci siamo resi conto che occorre un rapporto continuativo con le Regioni. Ci sono difformità di approccio tra una Regione e l’altra e quindi abbiamo sentito l’esigenza di dare unitarietà. Il sistema MonitorPiani, che funziona e che per questo stiamo estendendo ad altre Regioni, è uno strumento prezioso in tal senso" ha infatti affermato.

Dello stesso parere è anche Marcello Salvagno, della Regione Friuli Venezia Giulia, secondo il quale MonitorPiani risulta essere uno "strumento utile sia per il ministero sia per la pianificazione della gestione dei rifiuti da parte delle Regioni"[1].

Sembra a tutti gli effetti un passo in avanti da parte del Ministero nel fornire un supporto alle Amministrazioni verso una corretta gestione e amministrazione dei rifiuti, capace di rendere l'intero flusso più ordinato e efficiente.

Quella che risulta essere una buona pratica ce la fornisce anche la sezione regionale toscana dell'Albo Gestori Ambientali istituita presso la Camera di Commercio di Firenze, che, in collaborazione con la Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno ha organizzato il 18 settembre scorso un seminario sulle ultime novità in materia di Raee, i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche. L’iniziativa fa parte del progetto Life: Waste Electrical and Electronic Equipment (WEEE): trasures to recover!

Svoltosi presso entrambe le sedi della Cciaa della Maremma e del Tirreno, il seminario ha ruotato attorno agli adempimenti amministrativi e tecnico-gestionali, la tenuta documentale, le autorizzazioni e le iscrizioni per lo svolgimento delle attività di smaltimento e raccolta, nonché sui ruoli e le responsabilità dei differenti attori coinvolti. All'inizio dell'incontro sono poi state presentate una serie di opportunità per le imprese, quali la messa in piedi di un vero e proprio green network tra le aziende per trattare le apparecchiature in maniera corretta e conveniente, il possibile ottenimento del marchio I Am Green e la visibilità dell'impresa online, su app e social media[2].

E' evidente come per affrontare correttamente la gestione dei rifiuti e le sue complicazioni sia necessaria una mirata formazione nei confronti di tutte le realtà che, in merito alle loro competenze, si occupano del tema e contribuiscono a regolarne il flusso. E' per questo che incontri, seminari, dibattiti e qualsiasi tipo di informazione venga fatta nel merito si pongono come strumenti indispensabili al fine di una seria e lungimirante programmazione.

Un altro buon esempio lo fornisce il Comune di Piombino, dove anche quest'anno è confermata l'edizione di Ri-Creazione. Da oggetto a rifiuto e ritorno, un progetto di educazione ambientale promosso da Sei Toscana e abbracciato da più di cento comuni della Toscana del sud. Queste lezioni hanno coinvolto, nelle precedenti tre edizioni, oltre 20mila ragazzi formandoli in merito alla giusta metodologia della raccolta differenziata, al riciclo, e al più generale andamento dl flusso dei rifiuti lungo tutta la Regione[3].

Dal momento che non si vede ancora all'orizzonte una programmazione lungimirante capace di regolare per ogni territorio una sana e corretta gestione comprendente amministrazioni, aziende e cittadinanza, queste iniziative servono ad aumentare la consapevolezza del problema e a tracciare una possibile via che dal territorio fornisca un esempio a tutto il Paese.

Marco Sperandio

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Thu, 25 Oct 2018 17:50:12 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/465/la-gestione-dei-rifiuti-in-italia-pratiche-alternative-a-fronte-di-una-scarsa-programmazione marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Le linee guida sui Rifiuti, in Italia manca ancora una pianificazione generale https://www.marcosperandio.net/post/464/le-linee-guida-sui-rifiuti-in-italia-manca-ancora-una-pianificazione-generale

La corretta amministrazione dei rifiuti pericolosi e non, di origine urbana o speciale, è alle fondamenta delle linee guida dei Regolamenti e delle Direttive che l’Unione Europea ha indicato agli Stati membri. Anche l’Italia, quindi, ha dovuto assimilare i principi sanciti dall’UE con una specifica normativa per la gestione dei rifiuti, e a sua volta lo Stato Italiano ha delegato le singole Regioni ad una gestione autonoma interna.

La normativa di gestione rifiuti italiana ha convertito la direttiva europea con il d.lgs 152/2006 , trasformato in seguito nel d.lgs 205/2010. Nel 2013, poi, il Ministero dell’Ambiente ha approvato il Primo Programma d’Azione Nazionale, dove si sono stabiliti gli obiettivi indispensabili alla prevenzione, da portare a compimento entro il 2020 allineandosi così con quelli dell’Unione Europea.

Con la Legge di Stabilità 2014, poi, il Parlamento ha approvato il Collegato Ambiente, contenente le direttive sugli appalti pubblici e sulla sicurezza, oltre che le valutazioni d’impatto ambientale, dissesto idrogeologico, risparmio energetico, fiscalità green e Green Economy [1].

Sono molte le realtà del nostro Paese che stanno attuando questa gestione dei rifiuti in maniera corretta, operando sinergicamente tra i vari attori sociali, istituzioni, aziende e comunità locali. Ne è un esempio lo stesso Gruppo Green Holding, in grado di realizzare impianti al massimo dell'efficienza tecnologica, e soprattutto al minimo dell'impatto con il territorio che li ospita.

Purtroppo esistono allo stesso tempo altre realtà territoriali nelle quali le Regioni non sono ancora riuscite a realizzare un autonomo e lungimirante sistema di gestione dei rifiuti. Lo dimostrano i numerosi commissariamenti, richieste di soccorso o, peggio ancora, episodi di cronaca che denunciano smaltimenti o incendi illeciti.

Un esempio di cattiva gestione ci è fornito addirittura dalla Capitale, dove sono sempre di più le zone nelle quali il sistema di raccolta non riesce a garantire il giusto servizio. Questa volta a denunciare il degrado sono stati i residenti di Ostia Antica, dove è ancora in vigore il vecchio sistema del porta a porta, e quelli di Acilia, dove invece si effettua la raccolta stradale. Finito l'appalto della cooperativa 29 giugno, sono stati reindirizzati molti operatori Ama in modo da coprire i turni della cooperativa. "Senza contare lo sforzo organizzativo per il debutto del nuovo porta a porta, che ha comportato lo spostamento di uomini e mezzi" ha anche aggiunto Natale Di Cola, Fp Cgil Roma e Lazio[2].

I cittadini di Roma producono 2.700 tonnellate al giorno di materiale indifferenziato, ma di queste 700 non ne vengono prelevate, e ritirate in passaggi successivi con una dinamica a macchia di leopardo. Finora il nuovo sistema porta a porta, avviato il 12 giugno scorso, ha raggiunto meno di 80 mila abitanti. A dicembre dello scorso anno l'assessore Pinuccia Montanari si era impegnata a lanciare il nuovo modello non solo nel X e nel VI, ma anche nel I, II, VIII e IX Municipio. "A questo ritmo raggiungeremo il 70% di differenziata in 191 anni", ha quindi denunciato Legambiente Lazio[3].

Sempre per quanto riguarda la capitale, la cronica mancanza d’impianti finali di recupero o smaltimento dei rifiuti all’interno del territorio comunale che costringe AMA, gestore del servizio di raccolta e smaltimento, a portare tutti i rifiuti raccolti al di fuori della città (dopo averne trattati nei suoi impianti solo una parte), crea continue tensioni con le Province attigue che da anni accolgono l’immondizia romana, come mostra l’attuale presa di posizione della Provincia di Frosinone che si è recentemente dichiarata contraria ad ulteriori sforzi che vengono richiesti al fine di ricevere i rifiuti della Capitale anche per il futuro[4].

Un altro nota di demerito in Italia se la aggiudica Napoli, dove lo scorso 18 agosto sono state rinvenute cinque discariche abusive che contenevano tra i materiali illecitamente depositati anche lamine di amianto. Sul luogo della scoperta erano presenti i membri della Commissione Ambiente della IV Municipalità presieduta da Carmine Meloro, che hanno fotografato e dato avvio al riconoscimento dei materiali sversati. Secondo quanto riporta Il Mattino, sotto il cavalcavia di via de Roberto erano presenti in grande quantità sacchi, big white bags in fibra poliestere di 2.000 kg "che contenevano asbesto nocivo per la salute dei cittadini che solitamente transitano in zona". Oltretutto, a poca distanza da questa, sono state rinvenute altre quattro discariche di fianco ai piloni della SS 162. Il tutto è stato immediatamente segnalato al Reparto di Tutela Ambientale della polizia locale, che quindi si occuperà di svolgere le dovute indagini[5].

Questi sintomi denotano una scarsa organizzazione centrale da parte della Regione di competenza, un'assente pianificazione che dalle Istituzioni dovrebbe programmare e prevedere assieme alle imprese a disposizione un'opera di gestione del flusso dei rifiuti a 360°.

Si rende quindi necessario per le Amministrazioni sedersi al tavolo con tutte quelle imprese che operano in maniera trasparente, rispettano i canoni delle Norme Europee e Nazionali e soprattutto operano sui territori impattando il meno possibile sull'ambiente e sulle persone, così da regolare finalmente il flusso dei rifiuti e rendere l'Italia un Paese autonomo e sicuro per quanto riguarda l'ambiente.

Marco Sperandio


[1] http://www.ecorecuperi.it/it/gestione-rifiuti

[2] http://roma.repubblica.it/cronaca/2018/08/18/news/raccolta_rifiuti_in_crisi_porta_a_porta_ko_a_ostia-204362841/amp/

[3] http://roma.repubblica.it/cronaca/2018/08/18/news/raccolta_rifiuti_in_crisi_porta_a_porta_ko_a_ostia-204362841/amp/

[4] http://roma.repubblica.it/cronaca/2018/08/23/news/rifiuti_frosinone_guida_il_fronte_del_no_non_saremo_piu_la_discarica_della_capitale_-204717306/

[5] https://www.ilmattino.it/napoli/citta/napoli_cinque_discariche_abusive_amianto_rifiuti_speciali_poggioreale-3921407.html

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Mon, 22 Oct 2018 18:03:56 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/464/le-linee-guida-sui-rifiuti-in-italia-manca-ancora-una-pianificazione-generale marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
L’Unione Europea vara le nuove BAT, Best Avaible Techniques per uno sviluppo sostenibile https://www.marcosperandio.net/post/463/l-unione-europea-vara-le-nuove-bat-best-avaible-techniques-per-uno-sviluppo-sostenibile

Nei primi giorni di agosto sulla gazzetta ufficiale dell'Unione Europea sono comparse le cosiddette BAT, Best Available Techniques, e cioè standard di efficienza rinnovati per ridurre ulteriormente l'impatto ambientale dei grandi siti di trattamento dei rifiuti, sia pericolosi che non pericolosi, al fine di raggiungere definitivamente gli ambiziosi obiettivi europei di sviluppo sostenibile.

Le rinnovate conclusioni sulle migliori tecniche disponibili sono contenute nella delibera della Commissione Europea del 10 agosto 2018, n. 2018/1147/UE. Al di là della loro importanza per il flusso europeo del trattamento dei rifiuti, queste si trovano necessariamente a svolgere anche un ruolo importante nel raggiungimento degli obiettivi della politica europea in materia di gestione dei rifiuti e dell'ambiente[1].

Le conclusioni sulle BAT forniscono alle amministrazioni nazionali le fondamenta, tecniche e pratiche, per stabilire le condizioni attraverso le quali poter rilasciare l’autorizzazione agli impianti di trattamento rifiuti.

Questo documento punta a chiarire quali sono i metodi e le tecnologie migliori per quanto riguarda l'applicazione ai processi produttivi, e si pongono come un documento fondamentale per tutti i Paesi dell'Unione Europea. Si tratta infatti di nuove misure che, secondo una stima della Commissione Europea, raggiungeranno all'incirca 4mila imprese lungo tutto il Continente.

"Le tecniche elencate nella decisione non sono né prescrittive né esaustive e il legislatore europeo precisa che è possibile utilizzare altre tecniche, che garantiscano livello quanto meno equivalente di protezione dell’ambiente" ha dichiarato Tiziana Cefis, consulente ambientale per lo studio Te.A. Consulting. "Tuttavia", ha poi aggiunto, " la decisione fornisce alle autorità nazionali competenti le tecniche di riferimento per stabilire le condizioni di base per rilasciare le autorizzazioni per diverse installazioni IPPC relative ad attività di gestione dei rifiuti. Gli impianti esistenti avranno quattro anni di tempo per adeguarsi alle nuove BAT".

Il tutto ha naturalmente lo scopo di ridurre le emissioni, ma sviluppa un tema trasversale che finisce per interessare anche altre questioni ambientali, quali ad esempio l'efficienza energetica e delle risorse (focalizzando l'attenzione sul consumo dell'acqua e sul recupero e riutilizzo dei materiali), e la prevenzione degli incidenti (come, ad esempio, gli incendi nei centri di stoccaggio che nell'ultimo periodo si presentano come un fenomeno purtroppo emergenziale in Italia).

Questo diktat europeo contiene dunque cinquantatré conclusioni nei confronti delle BAT, dove si enunciano le condizioni per autorizzare una grande fetta dei processi operativi. Tra questi lo smaltimento o il recupero dei rifiuti pericolosi con capacità superiore ai 10Mg al giorno, lo smaltimento dei rifiuti non pericolosi con capacità superiore a 50Mg, il recupero di materiale non pericoloso al di sopra dei 75Mg al giorno, il deposito temporaneo di rifiuti pericolosi con capacità totale oltre i 50Mg, così come il trattamento e la gestione indipendente delle acque reflue provenienti da un'installazione delegata a uno dei processi precedenti. In aggiunta, si assiste al primo caso in cui vengono indicate in Europa le tecniche più funzionali per le emissioni nell'acqua e nell'aria derivanti dal trattamento meccanico dei rifiuti da quello aerobico[2].

Il documento, come ho già detto, contiene cinquantatré singole conclusioni sulle BAT, delle quali ventiquattro sono riferite al settore nel suo insieme, mentre le altre ventinove si applicano agli impianti di lavorazione dei rifiuti e riguardano i trattamenti meccanici, biologici e fisico-chimici, oltre naturalmente al trattamento dei rifiuti liquidi a componente acquosa. A ricevere nuove linee guida sono anche gli impianti di trattamento delle acque reflue indipendenti, essendo questi effluenti in maggior parte derivanti dagli impianti di trattamento dei rifiuti.

Nei confronti delle emissioni atmosferiche le conclusioni sulle BAT si riferiscono ad una serie di tecniche quali, ad esempio, la copertura di apparecchiature con l'obiettivo di ridurre le concentrazioni inquinanti emesse. I BAT-AEL si sono proprio mirati alle polveri, ai composti organici che si disperdono nell'aria, l'ammoniaca, il mercurio, l'acido cloridrico, i clorofluorocarburi o più semplicemente all'odore. Per quanto riguarda le emissioni nell'acqua, invece, le suddette conclusioni si concentrano sui metodi per aumentare al massimo il risparmio idrico e ottimizzare l'utilizzo di acqua, alla sua re-immissione nel ciclo di consumo e di produzione, così come all'indispensabile separazione dei flussi di acque reflue in base al loro contenuto di materiale inquinante.

Nel documento si evince anche un'altra cosa importante per chi fa impresa in questo settore, e cioè che per gli impianti autorizzati prima della pubblicazione sulla Guce delle conclusioni sulle BAT restano quattro anni limite per adeguarsi e rispettare i nuovi standard. Mentre, ovviamente, per le imprese che si affacciano ora al settore è obbligatorio rientrarci fin da subito[3].

Alla nostra rete imprenditoriale del settore è quindi chiesto un ulteriore sforzo, al fine di preservare l'ambiente e di dotare i territori di attori validi che mirano all'ecosostenibilità. Così come da sempre punta a fare il Gruppo Green Holding, che proprio per questo motivo mantiene una visione a 360° dell'intero flusso di gestione andando a ottimizzare ogni processo o passaggio attraverso la migliore innovazione tecnologica e gli alti standard qualitativi.

Marco Sperandio

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Mon, 15 Oct 2018 12:31:16 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/463/l-unione-europea-vara-le-nuove-bat-best-avaible-techniques-per-uno-sviluppo-sostenibile marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
La raccolta differenziata è il punto di partenza indispensabile per una gestione sinergica del Sistema dei Rifiuti https://www.marcosperandio.net/post/462/la-raccolta-differenziata-e-il-punto-di-partenza-indispensabile-per-una-gestione-sinergica-del-sistema-dei-rifiuti

Noi che da anni lavoriamo nel Gruppo Green Holding abbiamo ben chiara l'importanza della raccolta e del riutilizzo di tutti quei materiali che non esauriscono il loro ciclo di vita nell'arco di una sola occasione di consumo. Crediamo, infatti, che la raccolta differenziata sia il punto di partenza indispensabile per far si che tutta la gestione del trattamento dei rifiuti venga canalizzata in un'unica visione totalizzante e operativa, così che poi noi, e aziende a noi analoghe, possiamo intervenire mediante la competenza pluriennale e le migliori innovazioni tecnologiche puntate al massimo dell'ecosostenibilità possibile.

E' importante che a monte del processo di trattamento, che noi del Gruppo operiamo su tutti i materiali che ci vengono indirizzati e per i quali otteniamo concessioni, ci sia una corretta e ben indirizzata scrematura dei rifiuti. Tutto ciò affinché da una parte il nostro lavoro possa avvenire correttamente, e dall'altra si possano ricavare alla fine del processo quelle risorse pulite che potranno essere ridestinate ad un nuovo ciclo produttivo.

"C’è un crescente impegno delle imprese per il miglioramento qualitativo e quantitativo della raccolta differenziata, per la sostenibilità ambientale, per la piena attuazione dei principi dell’economia circolare e per la riduzione delle frazioni non utilmente riciclabili" ha di recente affermato il vicepresidente di Utilitalia Filippo Brandolini in occasione del rapporto annuale realizzato con Bain & Company, per sottolineare come gran parte della scena imprenditoriale e istituzionale del nostro Paese abbia ormai preso piena coscienza del problema, e si appresta ad affrontarlo coordinando gli sforzi e gli obiettivi[1].

Proprio sull'economia circolare, e cioè su un sistema di reinserimento nel ciclo di consumo di materiali precedentemente scartati, ha posto l'accento il neo Ministro dell'Ambiente Sergio Costa, con l'obiettivo di coinvolgere tutti i settori della società civile, scuole, comitati e gruppi di volontariato, per ridurre drasticamente la produzione di plastica a lungo termine in favore di materiali sostenibili[2].

"I risultati sono importanti soprattutto proprio nell’ottica del Pacchetto dell’economa circolare che indica target ambiziosi da raggiungere non soltanto con una buona raccolta differenziata ma anche grazie a un adeguato sistema di impianti per il riciclo e recupero. È per questo che continua a preoccupare l’insufficiente dotazione di impianti in alcune aree del Paese, in particolare per la frazione organica” ha infatti aggiunto Brandolini nel merito[3].

Per citare un esempio virtuoso, in Campania ha preso il via la ormai tredicesima edizione di Riciclaestate promossa da Legambiente con il contributo di Conai, Consorzio Nazionale Imballaggi. Riciclo e riutilizzo dei rifiuti d’imballaggio, risparmio di materie prime vergini, incremento quantitativo e qualitativo della mole di raccolta sono tutti i temi di questa campagna itinerante, che toccherà le principali località turistiche e i Comuni delle aree interne durante l'estate. Il tutto sarà supportato dall'allestimento di punti informativi presso gli stabilimenti balneari, nei tratti di spiaggia libera, nelle piazze e all’interno dei principali eventi organizzati dai Comuni che aderiscono[4].

"Dobbiamo superare i pregiudizi sul tema dei rifiuti che nascono, sì da preoccupazioni concrete, ma che possono essere superate grazie a un’alleanza di tutti gli attori dell’economia circolare regionale e nazionale. Nella nostra regione sono presenti eccellenze imprenditoriali su cui poter contare e, partendo proprio da queste, dobbiamo lavorare affinché’ si modifichi il tessuto connettivo dell’economia campana per mettere in piedi un vero e proprio progetto di sostenibilità e circolarità" ha affermato nel merito la presidente di Legambiente Campania Mariateresa Imparato.

Riparto da queste parole, quindi, per affermare che con una visione sinergica in grado di far dialogare tutti gli attori territoriali si possa effettivamente raggiungere un Sistema sostenibile e profittevole, da un punto di vista economico ma soprattutto ambientale e di tutela della qualità della vita.

Marco Sperandio

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Thu, 11 Oct 2018 20:35:48 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/462/la-raccolta-differenziata-e-il-punto-di-partenza-indispensabile-per-una-gestione-sinergica-del-sistema-dei-rifiuti marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
L’abbandono illecito dei rifiuti, la soluzione non può arrivare soltanto dai cittadini https://www.marcosperandio.net/post/461/l-abbandono-illecito-dei-rifiuti-la-soluzione-non-puo-arrivare-soltanto-dai-cittadini

Palermo subisce quotidianamente anche da parte di cittadini residenti in aree limitrofe alla Città, sia lato nord (Isola, Capaci, Carini Cinisi, Terrasini), sia lato sud (Villabate, Porticello, Bagheria) sia al confine con i territori di Monreale e Altofonte, una quantità di rifiuti di ogni tipo: urbani, ingombranti, speciali ed anche pericolosi, che possono essere forieri di una grave emergenza ambientale"[1].

Sono queste le parole scelte da Leoluca Orlando, attuale sindaco di Palermo, che ha iniziato in questo modo una lettera indirizzata alle amministrazioni dei Comuni limitrofi per chiedere, appunto, un maggiore controllo nei confronti del problema dell'abbandono illecito dei rifiuti.

Lo stesso capoluogo siculo è infatti teatro di numerosi incendi di immondizia, ultimo tra tutti quello avvenuto lo scorso 22 luglio in viale Resurrezione, sintomo che la scarsa sensibilizzazione degli abitanti mista alla mancanza di una corretta gestione da parte delle istituzioni la rendono, purtroppo, ancora una città arretrata da questo punto di vista[2].

La conclusione della lettera, in questo senso, è ancora più esplicita e recita "Alla luce di quanto superiormente segnalato si chiede a codesta Amministrazione di dare la massima diffusione alla presente comunicazione e ciò al fine di sensibilizzare la cittadinanza ad un rigoroso rispetto delle norme in materia di conferimento dei rifiuti, e alle sanzioni amministrative e penali previste in caso di violazione delle disposizioni in materia ambientale"[3]. E' quindi un chiaro segnale di come si voglia far leva sul senso civico della popolazione per marginalizzare un problema che, a mio avviso, dovrebbe invece parallelamente cercare una soluzione nelle sedi amministrative dei Comuni e delle Regioni.

Se, infatti, ci si preoccupasse definitivamente di intervenire con la costruzione di una rete di attori territoriali (istituzioni, imprese e organizzazioni varie) si potrebbe realizzare per ogni area una programmazione lungimirante e protesa al medio-lungo termine in grado di affrontare la gestione del flusso dei rifiuti, dal loro scarto passando per la raccolta e il trattamento fino ad arrivare alla definitiva riconversione in energia o al corretto smaltimento.

Mentre si mette in piedi questo network virtuoso, però, fanno bene tutte quelle realtà che investono le proprie risorse sulla sensibilizzazione della popolazione e sulla dotazione di efficienti sistemi di scarto in grado di generare un corretto avviamento del processo.

Un caso virtuoso ce lo fornisce il Comune di Perugia, dove sono state da pochi giorni istallate dieci isole ecologiche fotovoltaiche e informatizzate, capaci cioè di essere utilizzate sia dalle utenze domestiche che non domestiche attraverso la tessera sanitaria dell’intestatario dell’utenza tari, in modo da permettere l’associazione del conferimento alla stessa e individuare gli eventuali illeciti[4].

Così come un altro buon incipit è fornito, su indicazione dell’assessore all’Ambiente Valentina Accardo, dall’Amministrazione comunale di Campobello di Mazara guidata dal sindaco Giuseppe Castiglione. Questa ha infatti aderito al software su smartphone, che, attraverso il lettore di codice a barre, riconosce il prodotto da smaltire scomponendolo nelle materie prime e indicando in pochi secondi in quale contenitore dovrà essere conferito in base al sistema di raccolta porta a porta stabilito dal Comune[5].

Sono piccoli passi verso una corretta sensibilizzazione dell'utente comunale, che però porterebbe ad un corretto avviamento dei rifiuti al sistema di gestione. Questo, in tutta risposta, dovrà farsi trovare pronto e dotarsi di aziende in grado di portare a termine il flusso riducendo al minimo gli impatti ambientali e trasformando ogni territorio in un'area autosufficiente dal punto di vista del management dei rifiuti.

Marco Sperandio

 
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Fri, 5 Oct 2018 13:00:21 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/461/l-abbandono-illecito-dei-rifiuti-la-soluzione-non-puo-arrivare-soltanto-dai-cittadini marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Un’errata gestione territoriale del Sistema dei Rifiuti: il caso siciliano https://www.marcosperandio.net/post/460/un-errata-gestione-territoriale-del-sistema-dei-rifiuti-il-caso-siciliano

Da parecchio tempo, ormai, stiamo assistendo ad un braccio di ferro tra Comuni, Regione Sicilia e le organizzazioni aziendali intente a trovare un comune accordo per la problematica, e fino ad ora disastrosa, gestione dei rifiuti.

Questo è dovuto purtroppo a un'assenza netta di programmazione, che sarebbe dovuta essere già da tempo calcolata per prevenire tutto quello che si è verificato e per impedire di arrivare nei mesi estivi, solitamente i peggiori per quanto riguarda la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti, impreparati e senza un vero e proprio piano.

Tutto ciò ha portato l'intera situazione regionale a essere sottoposta ad un vero e proprio commissariamento, che ha finito per decretare che dal 1 ottobre 2018 ai Comuni siciliani sarà concesso di trasportare in discarica soltanto il 70% dei rifiuti generati durante lo stesso periodo dell’anno precedente. Se nel mentre saranno stati in grado di portare la raccolta differenziata almeno al 30%, allora per loro non cambierà nulla. Ma in caso non vi riuscissero, il rifiuto eccedente quel 70%, sarà spedito fuori dalla Sicilia.

I Comuni che non differenziano almeno per il 30% hanno possibilità fino al prossimo 31 luglio per presentare alla Regione il contratto sottoscritto con una delle quattro aziende che hanno risposto alla manifestazione d’interesse, la siracusana Tech Servizi, la catanese Sicula Trasporti, la Vincenzo D'Angelo S.r.l, di Alcamo, e la Pa Service S.r.l, di Bolzano[1].

"È evidente infatti - si legge nella nota trasmessa ai Comuni dal dirigente del dipartimento Acque e Rifiuti, Salvo Cocina - che la presenza di amministrazioni comunali non in grado di smaltire, con la raccolta differenziata o con il trasporto fuori Regione, almeno il 30 per cento del rifiuto totale prodotto, espone la comunità all’intollerabile rischio di grave danno per l’igiene e la sanità pubblica e impone conseguentemente all’amministrazione regionale di dichiarare la decadenza degli organi e di commissariare gli enti che avessero causato tale grave pericolo".

Anche perché parallelamente a questi disagi dovuti ad una mancanza di programmazione e di lungimiranza da parte delle Istituzioni assistiamo ad un progressivo aumento della tassa che i contribuenti elargiscono per far fronte a questa gestione, la Tari.

Come rileva Confcommercio, infatti, nel 2017 la Tari è arrivata complessivamente in tutto il territorio nazionale a 9,3 miliardi di euro, registrando un incremento che supera il 70% negli ultimi sette anni, il tutto a fronte di una significativa riduzione nella produzione dei rifiuti. Lo stesso membro di Giunta delegata all'Ambiente per Confcommercio Patrizia Di Dio ammette che “i dati dell'Osservatorio sono la conferma di quanto le nostre imprese siano penalizzate da costi dei servizi pubblici che continuano a crescere in modo ingiustificato. Bisogna, dunque, applicare con più rigore il criterio dei fabbisogni e dei costi standard nel quadro di un maggiore coordinamento tra i vari livelli di governo, ma soprattutto è sempre più urgente una profonda revisione dell'intero sistema che rispetti il principio europeo 'chi inquina paga' e tenga conto delle specificità di determinate attività economiche delle imprese del terziario al fine di prevedere esenzioni o agevolazioni. In due parole, meno costi e meno burocrazia per liberare le imprese dal peso delle inefficienze locali di gestione"[2].

In tutto ciò è intervenuto il Presidente della Regione Nello Musumeci a prorogare il termine fino a dicembre, aprendo al contempo ad un'esportazione dei rifiuti verso attori del settore di altre Regioni.

L'obiettivo, però, è quello di dotare la Sicilia di nuovi impianti in regola e trasparenti, in grado presumibilmente di arrivare a gestire l'intero flusso di rifiuti dell'isola e mettere fine, quindi, a quella che sembra un'emergenza senza via d'uscita.

E' quindi evidente che, piuttosto che continuare a trovare soluzioni temporanee per arginare un problema obiettivamente strutturale, per la Regione Sicilia dovrebbe risultare molto più propedeutico il sedersi al tavolo assieme ai Comuni e alle realtà imprenditoriali accertate e virtuose, per stabilire un piano di intervento che si candidi ad essere duraturo, efficiente, e soprattutto conveniente sia da un punto di vista economico che ecologico.

Marco Sperandio

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Fri, 28 Sep 2018 16:52:44 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/460/un-errata-gestione-territoriale-del-sistema-dei-rifiuti-il-caso-siciliano marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Programmare la gestione dei rifiuti per togliere spazio alle infiltrazioni eco-mafiose https://www.marcosperandio.net/post/459/programmare-la-gestione-dei-rifiuti-per-togliere-spazio-alle-infiltrazioni-eco-mafiose

E' accertato come sia la mancanza di programmazione a medio-lungo termine da parte delle istituzioni la prima vera causa delle infiltrazioni eco-mafiose nel flusso di gestione dei rifiuti in Italia.

Soltanto attraverso una sinergia operativa tra Regioni e Comuni, imprese, e la popolazione di ogni territorio, infatti, si può raggiungere un sistema di gestione territoriale in grado di assorbire la domanda che ogni area del Paese genera, riducendone i costi e soprattutto gli impatti ambientale. Tendendo poi a minimizzare i vuoti di questo Sistema si fa in modo che le organizzazioni delinquenti non abbiano spazio di manovra e quindi gli si impedisce di fatto di operare.

Quella italiana, da questo punto di vista, è una situazione abbastanza preoccupante. I dati enunciati dal Rapporto Ecomafia 2018 (edito da Edizioni Ambiente) di Legambiente ci dicono che lo scorso anno sono state emesse 538 ordinanze di custodia cautelare per reati ambientali, con una crescita del 139,5% rispetto al 2016. E' anche cresciuto del 9,4% il fatturato di queste organizzazioni, arrivando ad una cifra che si aggira intorno ai 14 miliardi di Euro.

"Abbiamo fatto passi da gigante nel contrasto ai crimini ambientali grazie alla nuova normativa che ha introdotto gli ecoreati nel codice penale, ma servono anche altri interventi, urgenti, per dare risposte concrete ai problemi del paese" ha dichiarato Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, a dimostrazione di come le contromisure non possono ricercarsi soltanto a livello normativo, ma debbano per forza di cose subire una svolta da un punto di vista operativo e gestionale[1].

L’impennata delle infrazioni denunciate nel flusso di gestione dei rifiuti ammonta a un 28% in più rispetto al 2016.

Tra le tipologie di rifiuti maggiormente gestite dalle ecomafie si annoverano i fanghi industriali, le polveri di abbattimento fumi, i Raee (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), i materiali plastici, gli scarti metallici, carta e cartone, spesso frutto di cantieri irregolari, bonifiche fuori norma e trasporti illeciti.

E tralasciamo in questo caso tutto il discorso sullo smaltimento degli stessi, che avviene naturalmente in maniera irregolare e va a costituire un danno incalcolabile per i territori e la salute di chi ci vive. "La natura profonda del crimine ambientale è economica e ha per principali protagonisti imprese e faccendieri, ma le mafie continuano a svolgere un ruolo cruciale, spesso di collante", hanno aggiunto gli analisti dell'associazione nel rapporto[2].

Si avverte quindi la necessità di attuare su ogni territorio una programmazione mirata e lungimirante, in grado di coordinare le attività di tutte quelle imprese che operano nella trasparenza e nel rispetto delle norme e dell'ambiente, affinché proprio quest'ultimo ne tragga i reali vantaggi e permetta a chi ci abita di vivere una vita sana e priva di tutte quelle conseguenze che lo smaltimento illecito genera.

Lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha infatti affermato che "il domani eco-sostenibile, con una affermazione piena della legalità, è una grande impresa civile, certamente alla nostra portata, che richiede un impegno culturale non minore dell'opera di prevenzione e di repressione dei reati, che le forze di polizia, la magistratura e tutte le istituzioni sono chiamate a compiere ogni giorno con dedizione. Il mio augurio è che il Rapporto Ecomafia contribuisca a far crescere energie positive e impegno, anzitutto nei giovani, la cui sensibilità per i temi dell'ambiente - e dunque del loro futuro - è molto sviluppata"[3].

Marco Sperandio

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Fri, 21 Sep 2018 17:12:35 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/459/programmare-la-gestione-dei-rifiuti-per-togliere-spazio-alle-infiltrazioni-eco-mafiose marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
La gestione dei rifiuti speciali: da problema a opportunità https://www.marcosperandio.net/post/458/la-gestione-dei-rifiuti-speciali-da-problema-a-opportunita

Lavorando nel Gruppo Green Holding S.p.A. e in alcune società controllate, tra le quali Ambienthesis S.p.A., voglio porre l'accento sul trattamento dei rifiuti speciali, uno dei nodi più importanti nel Sistema di gestione dei rifiuti.

Con questi intendiamo i rifiuti risultato delle attività produttive, commerciali e di servizio quali l'edilizia,  l'industria, l'agricoltura, i fanghi della depurazione, le scorie da incenerimento, i resti delle auto demolite e così via, per una quantità di materiale quattro volte superiore di quella dei rifiuti urbani.

Si stimano infatti intorno alle 135 milioni di tonnellate generate, a fronte delle 30 milioni di tonnellate dei rifiuti urbani, dei quali la parte di rifiuti non pericolosi è di 125 milioni di tonnellate (93% del totale), mentre quelli pericolosi poco meno di 10 milioni[1].

In questo insieme, i rifiuti provenienti dal settore delle costruzioni e demolizioni rappresentano il 40,6% del totale, seguiti da quelli prodotti dalle attività di trattamento dei rifiuti e di risanamento (27,2%) e dal settore manifatturiero (20,7%)[2]. Di questi, si evince, riusciamo a recuperarne soltanto un 65%, che diventa energia sotto forma di sostanze inorganiche.

Purtroppo sul territorio c'è ancora un atteggiamento conservativo nei confronti dell'apertura di nuovi impianti, naturalmente a norma ed ecosostenibili, quando invece si registra un aumento della produzione di rifiuti pericolosi (+500.000 tonnellate, pari ad un +5,6% su base annua, mentre i rifiuti normali aumentano dell'1,7%[3]) che impone la previsione di un loro trattamento e gestione.

Un'ottimizzazione del sistema di riciclo consentirebbe, infatti, di reimmettere materiali nei cicli produttivi riducendo al contempo il ricorso allo smaltimento, in particolare a quello in discarica, il tutto seguendo le linee Europee sull'economia circolare.

Secondo il Rapporto 2018 sui rifiuti speciali presentato dall’Ispra, l’Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale, l'Italia è il Paese del continente che porta a termine più raccolta differenziata di tutti. Tra le virtù del nostro Paese vi è sicuramente la sua base produttiva per il riciclaggio di tutti i materiali, dove, infatti, oltre il 50% dei rifiuti urbani e il 65% dei rifiuti speciali è riciclato perseguendo il modello etico-operativo imposto dalla Normativa.

La performance può essere ottimizzata ulteriormente, quindi, investendo su uno sviluppo quali-quantitativo del riciclaggio, anche attraverso la definizione di criteri end-of-waste, per esempio per i rifiuti da costruzione e demolizione, e soprattutto aiutando e incentivando tutti quegli attori sociali, in primis le aziende, che operano in questi ambiti secondo i criteri della trasparenza, dell'impatto 0, dell'ecosostenbilità e del rispetto delle forme di vita che popolano i vari territori.

Con la speranza che si riacquisti sul territorio la fiducia nelle istituzioni, spesso carente, attraverso percorsi di partecipazione e dibattito pubblico che deve per forza di cose vedere coinvolti tutti gli attori sociali impegnati in questo Sistema di gestione.

Marco Sperandio

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Thu, 6 Sep 2018 17:48:22 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/458/la-gestione-dei-rifiuti-speciali-da-problema-a-opportunita marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
L’utilizzo dei fanghi industriali in agricoltura come strumento di ri-fertilizzazione dei territori https://www.marcosperandio.net/post/457/l-utilizzo-dei-fanghi-industriali-in-agricoltura-come-strumento-di-ri-fertilizzazione-dei-territori

Perfettamente inserito nelle dinamiche di economia circolare e  di recupero degli scarti, l'utilizzo dei fanghi da depurazione in agricoltura ovvierebbe anche un altro rischio che si sta seriamente confermando sul nostro Paese.

Uno dei maggiori problemi ecologici italiani, infatti, risiede nel pericolo di desertificazione del territorio, che ha già raggiunto secondo una stima del Cnr una percentuale del 41% di potenziali aree a rischio.

Il timore delle istituzioni e della popolazione, però, è che questi siano prodotti con criteri non a norma e finiscano conseguentemente ad inquinare il terreno e le coltivazioni che ne derivano. La Normativa nazionale, infatti, ha delegato alle Regioni la legiferazione a riguardo, e così molte di queste hanno deciso di applicare norme più restrittive.

La Lombardia, ad esempio, già dal 2013 ha delegato alle Province le funzioni amministrative relative al rilascio delle autorizzazioni degli impianti. Ha fissato un'asticella limite per idrocarburi totali, solventi, tensioattivi e pesticidi, per giungere ad una normativa in cui vengono introdotti limiti anche per Ipa (idrocarburi policiclici aromatici a base di benzene), Pcb, diossine e furani[1].

La stessa Regione ha poi emesso la Dgr 7076 del 11/9/2017 di integrazione della normativa regionale sui fanghi introducendo il limite di 10.000 mg/kg di sostanza secca per gli idrocarburi pesanti, oltre che ulteriori limiti riguardo le sostanze sopracitate. Livelli che sono stati decisi con la consulenza specifica di Arpa, che continuamente effettua test sulle sostanze inquinanti.

Un altro punto critico riguarda l'emanazione di sgradevoli odori che questa tecnica di smaltimento comporta. "Gli odori si sentono, intendiamoci, ma la Regione Lombardia ha [...] disciplinato ulteriormente sulle modalità di spandimento dove era già stata resa obbligatorio l'interramento immediato. E questo ha ridotto di molto i miasmi. Bisognerà comunque lavorare ancora di più su questo aspetto. In realtà le segnalazioni dei cittadini spesso riguardano altre sostanze usate come fertilizzante, che non rientrando nella disciplina dei rifiuti e pertanto non sono regolati dalle suddette normative e non hanno l’obbligo di aratura immediata" ha chiarito Ilaria Vecchio, responsabile unità operativa rifiuti della Provincia di Pavia[2].

Andando ad esaminare i risultati, Marco Romani, responsabile di agronomia e difesa della coltura al Centro Ricerche sul Riso (Ente Risi) afferma che "dal punto di vista agronomico i risultati ci sono sia a livello produttivo sia per le caratteristiche chimico-fisiche dei terreni che sono migliorate. Li abbiamo testati per dodici anni e le medie degli ultimi sei anni sono 10/15% in più rispetto alla concimazione minerale. L’opzione fango più minerali è stata la più performante, ma anche il fango da solo ha raggiunto dopo dieci anni di applicazioni livelli comparabili con una concimazione di minerali".

Questa della riconversione in fanghi agricoli sembra, quindi, essere la migliore opzione per abbattere gli sprechi e soprattutto per aumentare la produttività agricola del nostro Paese, che come ho già scritto si trova particolarmente a rischio.

Sembrano però essersene definitivamente accorte anche le istituzioni, come si può notare dal rapporto Ispra che, ad esempio, ha verificato in Italia nel 2016 la produzione di circa 3,2 milioni di tonnellate di fanghi generati dal trattamento acque reflue urbane, con un incremento del +3,7% rispetto all'anno precedente. Hanno registrato un aumento soprattutto i fanghi prodotti dai depuratori in Puglia, Emilia Romagna e Campania, e la Regione Lombardia e l’Emilia Romagna, con rispettivamente più di 452mila e 431mila tonnellate, sono le realtà con il maggiore quantitativo prodotto, cui fanno seguito il Veneto e il Lazio[3].

Marco Sperandio

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Fri, 31 Aug 2018 17:14:40 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/457/l-utilizzo-dei-fanghi-industriali-in-agricoltura-come-strumento-di-ri-fertilizzazione-dei-territori marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Il sistema di riciclo, una buona pratica da valorizzare in Europa https://www.marcosperandio.net/post/456/il-sistema-di-riciclo-una-buona-pratica-da-valorizzare-in-europa

Ormai è chiaro che la direttiva Europea in merito alla gestione dei rifiuti mira a ridurre sempre più possibile il loro impatto sull'ambiente e sulla salute di chi ci vive, con un occhio ben puntato sulla salvaguardia delle risorse. Si è intrapreso un percorso normativo e gestionale che dovrebbe puntare a far diventare l'Europa una società del riciclo, in grado di calcolare il riutilizzo delle risorse, sotto forma di materiali o anche di energia, fino ad annullare completamente ogni tipo di spreco. Raggiungere livelli sempre maggiori di riciclaggio, quindi, per evitare un ulteriore sfruttamento delle risorse ambientali.

Un adeguato sistema di gestione dei rifiuti diventa quindi un tassello importante per far ripartire la crescita sostenibile delle economie europee, il punto fondamentale ad una nuova economia in grado di tutelare e rispettare l'ambiente[1].

La direttiva nazionale di riferimento sui rifiuti ha proprio per questo stabilito una gerarchia dei rifiuti in cinque fasi che dà la priorità alla prevenzione, seguita dal riutilizzo, dal riciclo e da altre modalità di recupero. Tutto ciò al fine di ridurre la quantità di rifiuti prodotti, in primis, massimizzandone il riciclo e il riutilizzo. Eliminando progressivamente il collocamento negli impianti dei materiali non riciclabili, e quindi limitandone l'incenerimento, ci si adegua al Piano dell'Unione Europea e allo stesso tempo si contribuisce a migliorare la qualità della vita dei territori.

Lavorando da anni nel Gruppo Green Holding sono ben consapevole del ruolo della rigenerazione e riutilizzo di tutti quei materiali che possono permettersi diversi cicli di consumo e che, invece, troppo spesso finiscono per accumularsi negli scarti. E' per questo motivo che puntiamo sulla raccolta differenziata, inserendola in un sistema di gestione e trattamento orizzontale e totalizzante. Il tutto mediante competenze pluriennali e sinergiche tra chi fa parte di questo Gruppo e con la dotazione delle migliori innovazioni tecnologiche e ecosostenibili.

Rimanendo costantemente aggiornato sugli sviluppi di questo settore, non posso non parlare a tal proposito della quinta edizione dell'Ecoforum Nazionale sui rifiuti e sull'economia circolare, svoltosi a Roma gli scorsi 26 e 27 giugno e promosso da Legambiente. Un'edizione che ha messo in mostra le migliori esperienze del settore e allo stesso tempo ha sviluppato proposte tangibili circa il futuro di questo Sistema economico-gestionale. Un'occasione, tra l'altro, che ha visto la premiazione dei Comuni Rifiuti Free, in grado di mantenere cioè una produzione di rifiuto indifferenziato al di sotto dei 75 kg all'anno per abitante[2].

Nel Lazio, riportando un esempio, la percentuale di questi è aumentata del 25%. “Cominciano a crescere i Comuni Rifiuti Free del Lazio, c’è ancora tanta strada da fare ma intanto premiamo chi si impegna concretamente raggiungendo obiettivi seri e reali di abbattimento dei rifiuti, perché valorizzare le buone pratiche vuol dire renderle virali" ha commentato in quell'occasione Roberto Scacchi, presidente di Legambiente Lazio. Per poi continuare affermando che "sindaci e amministratori locali non possono dirsi contrari a discariche e inceneritori senza, insieme, fare di tutto raggiungere velocemente i numeri di queste amministrazioni virtuose; noi continueremo a premiare i comuni ricicloni ma chiediamo a tutti uno sforzo in più per diventarlo[3].

Mantenendo, appunto, uno sguardo a 360 gradi sul sistema di gestione e affiancando ai tradizionali metodi di smaltimento una sempre maggiore cura del riciclo e del riutilizzo potremmo tutti quanti, a partire dalle istituzioni passando dalle aziende per finire sulla popolazione e sull'ambiente stesso, prepararci per il futuro e per una decisiva crescita della qualità, della vita e del lavoro.

Marco Sperandio

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Wed, 29 Aug 2018 10:39:55 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/456/il-sistema-di-riciclo-una-buona-pratica-da-valorizzare-in-europa marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Il controllo delle emissioni atmosferiche, un impegno totale per le aziende https://www.marcosperandio.net/post/455/il-controllo-delle-emissioni-atmosferiche-un-impegno-totale-per-le-aziende

Il problema ambientale si fa sempre più impellente, e per questo motivo tutte quante le aziende, soprattutto quelle che si trattano i rifiuti e le materie inquinanti il territorio, come tra le altre lo sono quelle gestite dal Gruppo Green Holding, devono effettuare un rigido controllo delle emissioni in atmosfera.

Le sostanze inquinanti più diffuse in atmosfera sono il biossido di zolfo (So2), gli ossidi di azoto (Nox), il monossido di carbonio (CO), l’ozono, il benzene, gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), le polveri e il piombo.

I dati appena diffusi da Eurostat ci dicono infatti che in Europa nel 2017 le emissioni di CO2 sono cresciute dell’1,8%, frutto della leggera ripresa economica di alcuni Paesi membri[1].

Purtroppo, però, risultano sottostimate le perdite di gas dagli impianti industriali, dal momento che finora non erano state considerate le emissioni provocate da incidenti o malfunzionamenti, e questo vanifica di gran lunga il monitoraggio generale delle emissioni. Il dato è riportato da una nuova ricerca condotta negli Stati Uniti e coordinata dallo Environmental Defense Fund, poi riportata sulla rivista Science e sul quotidiano Financial Times pochi giorni fa[2].

Guardando all'Italia, il 31 maggio scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto attuativo della direttiva Ue 2016/2284 che impone una qualità atmosferica tale da non causare impatti negativi significativi e rischi significativi per la salute umana e l’ambiente[3].

Gli obiettivi sono la riduzione del totale delle emissioni nazionali annue di origine antropica con parametri standard tra il 2020 e il 2030, l'attivazione del monitoraggio delle emissioni di una serie di sostanze per cui non sono previsti finora dei canoni, e il raggiungimento mediante il monitoraggio di dati che si riferiscono agli impatti dell’inquinamento atmosferico sugli ecosistemi.

Volgendo lo sguardo all'azienda Ambienthesis S.p.A., di cui sono Responsabile, si applicano una serie di principi di prevenzione e riduzione dell'inquinamento quali, ad esempio, l'impiego di tecniche a scarsa produzione di rifiuti, così come l'innovazione e la calibratura di tutte le emissioni, idriche, atmosferiche o al suolo, e l'utilizzo di processi più vantaggiosi sia in termini di consumo energetico che di rendimento depurativo[4].

Esiste quindi un Piano di Monitoraggio in grado di controllare i rifiuti in ingresso, i consumi idrici, i consumi totali e specifici (per tonnellata di refluo trattato) di energia elettrica, gasolio e GPL (per mezzi e uffici), naturalmente prevedendo e accertando il controllo di acque, fanghi, aria e rifiuti in uscita.

Per quanto riguarda le emissioni in atmosfera il Piano di monitoraggio e controllo prevede analisi periodiche (effettuate da laboratori esterni accreditati) sui parametri più significativi caratteristici del nostro ciclo produttivo; le analisi riguardano anche l’impatto odorigeno dell’emissione attraverso l’analisi delle Unità Odorimetriche.

Il monitoraggio semestrale riguarda i 5 punti di emissioni autorizzati nell’Autorizzazione Integrata Ambientale dell’impianto di Liscate.

Per quanto riguarda invece l’impianto di termovalorizzazione REA Dalmine, le emissioni sono controllate dal sistema SME (Sistema di Monitoraggio in continuo delle Emissioni gestito da ARPA Lombardia), il sistema trasmette in continuo i dati all’Ente di controllo, dati che vengono anche pubblicati giornalmente sul sito internet aziendale e vengono altresì trasmessi su di un monitor presso il Municipio di Dalmine. Le tecnologie applicate per il trattamento delle emissioni del nostro impianto di termovalorizzazione ci consentono di essere uno degli impianti migliori in Italia ed in Europa per la qualità delle emissioni con una riduzione degli inquinanti rispetto al limite di legge che va dal 60 al 99%

L’impegno delle aziende del Gruppo è quello di mantenere gli impianti, e l'azienda con essi, in linea con la Normativa e il più possibile attenta al contenimento di tutti quei fattori che portano un danno all'ambiente circostante e alla popolazione che ci vive.

Marco Sperandio


[4] Impianto di trattamento reflui pericolosi e non pericolosi conto terzi di Marco Sperandio; in Autorizzazione Integrata Ambientale - Impianti di trattamento acque e rifiuti liquidi di Gruppo di lavoro Gestione Impianti di Depurazione, Facoltà di Ingegneria - Università degli Studi di Brescia

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Fri, 24 Aug 2018 09:48:11 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/455/il-controllo-delle-emissioni-atmosferiche-un-impegno-totale-per-le-aziende marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
I fanghi biologici, un’opportunità non sfruttata https://www.marcosperandio.net/post/454/i-fanghi-biologici-un-opportunita-non-sfruttata

Durante la mia carriera nel gruppo Green Holding ho avuto la fortuna di gestire Bioagritalia, l'impianto di trattamento e utilizzo dei fanghi biologici industriali e civili nei processi agricoli. Un sito di 8.000 m2 nel comune di Corte di Frati (CR) capace di stoccare, trattare e condizionare un quantitativo di 20.500 tonnellate annue di rifiuti.[1]

Una volta che ne viene accertata la qualità, conformemente alle normative nazionali e regionali, la migliore destinazione per questi fanghi è quella dell'impiego agricolo nella coltivazione quale ammendante e fertilizzante.

Sia che si parli in termini di agricoltura che di economia circolare, infatti, risulta una pratica estremamente efficace in grado di sostituirsi alla concimazione chimica o biologica in grado di evitare forme di smaltimento più impattanti sull’ambiente quale il collocamento in discarica.

Tutto questo nel pieno rispetto della normativa, rappresentata dal D.Lgs.27 gennaio 1992 n. 99 "Attuazione della direttiva 86/271/CEE, dove si afferma che per trovare utilizzo in agricoltura i fanghi devono essere stati sottoposti a trattamento di stabilizzazione per contenere o eliminare i possibili rischi igienico sanitari. Devono inoltre essere idonei a produrre un effetto concimante o correttivo del terreno e non devono contenere sostanze tossiche e nocive, dannose per il terreno, per le colture, per gli animali, per l'uomo e per l'ambiente in generale.[2]

Penso che ci siano poche pratiche che possano essere inserite nell'insieme dell'economia circolare come il loro riutilizzo nei campi di coltivazione, essendo questi ultimi ricchi di sostanze quali carbonio organico, azoto, fosforo e potassio, indispensabili alla fertilità vegetale

Il recupero dei fanghi risulta particolarmente favorevole proprio nella pianura padana, che ha un terreno notoriamente povero di sostanze organiche a causa dell’agricoltura intensiva che ne ha provocato un progressivo impoverimento.

Analizzando i dati, possiamo purtroppo osservare come il recupero in agricoltura corrisponde soltanto al 58,9% del trattato, a fronte del 41,1% che viene smaltito in discarica e/o impianti di termovalorizzazione. Questa è una cifra ancora distante da altri paesi in questo campo più virtuosi, come ad esempio la Francia che ha una percentuale di recupero superiore al 70%, o la Gran Bretagna dove l’uso dei fanghi in agricoltura è nettamente la via più percorsa (80,3% nel 2010/2011)[3]

Diventa a questo punto importante il saper dimostrare che utilizzare una certa quantità, e soprattutto qualità, di fanghi nei campi di coltivazione ha un senso preciso. E anzi contribuisce non poco al problema del loro smistamento, dal momento che i fanghi "buoni" se non vengono destinati ai campi devono necessariamente trovare un'altra collocazione.

Le alternative attuali al riutilizzo agricolo sono in minima parte la discarica (nuove normative europee hanno fissato limiti stringenti per quanto riguarda la sostanza organica ed il tenore di sostanza secca dei rifiuti conferibili, limiti che molto difficilmente vengono rispettati dalla maggioranza dei fanghi prodotti negli impianti di depurazione delle acque reflue urbane), gli impianti di compostaggio (che tuttavia per motivi tecnico-gestionali non gradiscono questa matrice) o gli impianti di incenerimento (anche in questo caso per motivi tecnici legati anche all’elevato contenuto di acqua nei fanghi questi materiali non sono ben graditi senza tener conto del fatto che allo stato attuale gli impianti di termovalorizzazione in Italia risultano già saturi).

Quello che risulta necessario è una maggiore presa di consapevolezza da parte della popolazione nei confronti di quanto siamo in grado di ridurre l'impatto economico e soprattutto ambientale, evitando che queste sostanze si vadano ad accumulare nella fila di rifiuti da smaltire nelle discariche o nei termovalorizzatori.

Marco Sperandio

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Sat, 18 Aug 2018 17:26:04 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/454/i-fanghi-biologici-un-opportunita-non-sfruttata marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Il sistema di raccolta delle prime piogge, la tecnologia al servizio della sostenibilità https://www.marcosperandio.net/post/453/il-sistema-di-raccolta-delle-prime-piogge-la-tecnologia-al-servizio-della-sostenibilita

Come responsabile IPCC dell'impianto di trattamento di Ambienthesis S.p.A dei reflui liquidi industriali e civili sito nel comune di Liscate, sono particolarmente attento ai processi tecnologici che rendono l'impianto uno dei fiori all'occhiello dell'intero Gruppo. Tra questi degno di nota è sicuramente il Sistema di raccolta di prime piogge. L'utilizzo di questo sistema ha per obiettivo quello di ridurre l'inquinamento verso i corpi idrici superficiali e di attenuare i picchi di piena provocati dall'evento atmosferico.

Nel corso del tempo sono state redatte una serie di normative che obbligano ad accumulare le acque che si depositano sulle superfici impermeabili, e di trattarle per impedire il riversamento di sabbia, terriccio, idrocarburi, residui oleosi, particelle di materiali di consumo e altre variabili inquinanti nell'infrastruttura fognaria[1].

Basandoci sulla Normativa di riferimento, rappresentata dal Testo Unico sulle Acque recante Norme in materia ambientale del Decreto Legislativo 3 aprile 2006 n. 152, la disciplina delle forme di controllo degli scarichi di acque meteoriche di dilavamento è affidata alle singole Regioni. A queste è affidato anche il caso in cui può essere richiesto che le acque di prima pioggia e di lavaggio delle aree esterne siano convogliate e opportunamente trattate in impianti di depurazione per il rischio di dilavamento dalle superfici impermeabili scoperte di sostanze pericolose[2]. La Regione Lombardia ha attentamente disciplinato (Regolamento Regionale 24 marzo 2006 , N. 4 “Disciplina dello smaltimento delle acque di prima pioggia e di lavaggio delle aree esterne, in attuazione dell'articolo 52, comma 1, lettera a) della legge regionale 12 dicembre 2003, n. 26” il tema della raccolta e successivo trattamento delle acque di prima e seconda pioggia.

Le acque maggiormente inquinate sono infatti quelle della prima frazione, solitamente i primi 4/5 mm dell'evento metereologico, mentre le seconde piogge non contengono, di norma, sostanze inquinanti[3].

Ridurre la quantità di tempo che trascorrono sul terreno diventa quindi un fattore indispensabile alla riduzione dell'impatto ambientale, in un'ottica di sostenibilità e protezione.

Per quanto riguarda le emissioni idriche e i sistemi di contenimento dell'impianto Ambienthesis di Liscate è prevista la suddivisione in due scarichi, il primo dei quali riguardante le acque reflue industriali, domestiche e meteoriche di prima pioggia, che vengono trattate all’interno del nostro impianto chimico-fisico-biologico per poi essere scaricate nel collettore fognario intercomunale (punto di scarico S1).

Per le acque di seconda pioggia (punto di scarico S2) viene invece previsto lo scarico in corpo idrico superficiale (Roggia Cattanea): lo scarico è disciplinato da apposita convenzione con l’ente gestore della roggia e le acque sono utilizzate per uso irriguo.

Il trattamento delle acque di prima pioggia per la separazione di olii e idrocarburi provenienti porta ad una vasca di raccolta interrata, resa operativa attraverso l'utilizzo di pompe sommerse che confluiscono gli scarichi in pozzetti di raccolta, il tutto gestito in loco dall’operatore e in remoto dal PLC centralizzato che gestisce lo svuotamento della vasca di prima pioggia nelle tempistiche previste dal Regolamento regionale[4].

Il sito di Liscate, capace di trattare 750 m3 al giorno di rifiuti speciali con liquidi pericolosi e non conferiti attraverso le autocisterne provenienti da insediamenti civili, artigianali e industriali[5], si pone quindi al centro di questo processo di tutela ambientale, e svolge un servizio indispensabile al territorio mettendo a disposizione le migliori tecnologie ecosostenibili.

Marco Sperandio


[4] Impianto di trattamento reflui pericolosi e non pericolosi conto terzi di Marco Sperandio; in Autorizzazione Integrata Ambientale - Impianti di trattamento acque e rifiuti liquidi di Gruppo di lavoro Gestione Impianti di Depurazione, Facoltà di Ingegneria - Università degli Studi di Brescia

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Mon, 6 Aug 2018 17:58:24 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/453/il-sistema-di-raccolta-delle-prime-piogge-la-tecnologia-al-servizio-della-sostenibilita marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Rifiuti e discariche improvvisate, i Comuni brancolano nel buio https://www.marcosperandio.net/post/452/rifiuti-e-discariche-improvvisate-i-comuni-brancolano-nel-buio

Per ogni territorio è indispensabile essere a conoscenza e saper dirigere tutti gli step del ciclo dei rifiuti, dalla loro immissione nel flusso fino al regolare trattamento o deposito nelle discariche. Queste ultime, in particolare, devono essere continuamente monitorate, cercando di allinearle a un piano di immissione e lavorazione dei materiali che si presuppone le istituzioni congiuntamente alla rete di imprese territoriali del settore abbiano già programmato con lungimiranza e coscienza.

Purtroppo però non è questa la condizione solita dei siti di cui è costellato il territorio nazionale, troppo spesso questo lasciato senza controllo con la conseguenza che le organizzazioni eco-mafiose vi ci trovano un'opportunità di lucro.

Non è un caso, infatti, che all'aumento dei crimini contro l'ambiente corrispondano sempre più ritrovamenti e sequestri di aree trasformate in discariche d'occasione, con l'aggravante spesso della dispersione di materiali inquinanti (tra i quali anche i rifiuti speciali) che finiscono per forza di cose con l'impattare sull'ambiente e sulla salute delle specie viventi che lo popolano.

E' lo stesso Rapporto Ecomafia 2018 di Legambiente a sottolineare la "recrudescenza di incendi divampati negli impianti di gestione e trattamento di tutta Italia" indicativi del fatto che il settore dei rifiuti è "sempre di più il cuore pulsante delle strategie ecocriminali"[1].

Ce ne fornisce un triste esempio la cronaca quotidiana, con i Comuni alle prese con sempre più numerosi casi di abbandono dei rifiuti in strada, con il conseguente accumularsi del materiale fino a formare delle vere e proprie mini-discariche urbane. Se da una parte la mancanza di realtà territoriali in grado di occuparsi della gestione del problema è un'aggravante ancora senza soluzione, dall'altra va registrato ancora un arretramento culturale da parte delle popolazioni nei confronti di un problema che dovrebbe appartenere, invece, al senso comune e alla salvaguardia degli spazi di vita.

"Il percorso di bonifica delle strade del comprensorio di Borgia, intrapreso con il sostegno della Provincia di Catanzaro, rappresenta il primo passo verso una più ampia operazione di rimozione di rifiuti e pulizia di aree e spazi ricadenti nel territorio comunale che troppo spesso scambiate per discariche da tante persone ignare delle più elementari norme del vivere civile" ha ad esempio affermato Elisabeth Sacco, sindaco del Comune di Borgia in riferimento alla pulizia delle spiagge e delle vie della frazione, annunciando l'installazione di videosorveglianza che "non solo servirà ad incrementare il livello di sicurezza del territorio, ma anche a fare da deterrente a chi continua a scambiare i margini delle strade e le piazzole per una discarica, fregandosene di decoro e senso civico"[2].

E' un problema trasversale quello del cattivo smistamento dei rifiuti, che appartiene in lungo e in largo a tutto il territorio nazionale.

Si registra anche in Sardegna, dove vicino a Cagliari continuano a nascere discariche abusive nei punti nevralgici della mobilità urbana. "Continuiamo ad essere ostaggi di immondizia in tutte le vie di Pirri.... uno schifo!... non esiste un controllo o una vigilanza da parte del Comune. Massimo Zedda aveva promesso telecamere e droni! Qui non si vede nessuno... piccolo esempio di via del Lentischio e via delle Spighe... le restanti strade attigue uguali... abbiamo provato a reclamare sulla App del Comune, AligApp, alla voce segnalazioni con tanto di lamentela e foto..... mai ascoltati" è la segnalazione di un cittadino, a testimoniare come anche l'introduzione di strumenti di denuncia dal basso spesso risultano insufficienti e frutto di una visione miope da parte delle amministrazioni[3].

Queste ultime, infatti, si affidano sempre più spesso a strumenti di denuncia e repressione senza, però, aver prima stilato un piano a medio-lungo termine che coinvolga organizzazioni e imprese virtuose, in grado di gestire l'intero flusso dalla raccolta fino allo smaltimento.

Ci si dovrebbe sedere a tavolino, a mio parere, coinvolgendo tutti gli attori sociali impegnati nella gestione di questo flusso di rifiuti (istituzioni, imprese, organizzazioni e popolazione) e stabilire un piano in grado di coinvolgere tutte le realtà che operano con trasparenza, responsabilità e rispetto della normativa, così da gettare finalmente le basi di un programma lungimirante che comprenda tutto il ciclo di vita del rifiuto.

Marco Sperandio

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Tue, 31 Jul 2018 17:55:41 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/452/rifiuti-e-discariche-improvvisate-i-comuni-brancolano-nel-buio marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
La salvaguardia dell’ambiente avviene mediante una visione circolare del sistema https://www.marcosperandio.net/post/451/la-salvaguardia-dell-ambiente-avviene-mediante-una-visione-circolare-del-sistema

Avendo iniziato nel lontano 1995 a lavorare nel Gruppo che poi sarebbe diventato Green Holding, ho avuto modo di affacciarmi a molte tematiche inerenti la gestione e il trattamento dei rifiuti, oltre che naturalmente la salvaguardia ambientale.

L'esperienza mi ha mostrato come soltanto un approccio sistemico e comprendente tutti gli step della filiera possa portare dei risultanti per quanto riguarda il problema degli scarti, siano essi civili o industriali. E' indispensabile una visione a 360 gradi, quindi, in grado di rendere tutti i passaggi, dalla progettazione al recupero dei materiali, più ecosostenibili possibili.

Questo è dovuto dal fatto che si rende sempre più necessario un cambiamento di rotta rispetto al nostro stile di consumo, un abbandono dell'economia lineare che ci vede ancora oggi attori inquinanti per l'ambiente che ci ospita.

E' di pochi giorni fa, infatti, la notizia che il Parlamento Europeo ha approvato quattro linee guida per la gestione dei materiali di scarto, l'inquinamento ambientale e lo spreco di cibo. Secondo la Comunità Europea si può con queste indicazioni generare un risparmio per le imprese che si presume essere intorno ai 600 miliardi l'anno, oltre che porterebbe alla creazione di 140 mila nuovi posti di lavoro e, cosa altrettanto importante, abbatterebbe 617 milioni di tonnellate di cO2 entro il 2035.[1]

Una gestione economica di tipo circolare, invece, porterebbe ad una presa di consapevolezza da parte di tutti gli attori territoriali (istituzioni, imprese e popolazione civile) riguardo alla necessità di prevedere un riutilizzo di ciò che scartiamo, sia sotto forma di materiali recuperati che di energia. Attraverso la combustione nei termovalorizzatori, infatti, potremmo in maniera lungimirante provvedere al fabbisogno energetico in moltissime zone che, a oggi, sono costrette a pagare per liberarsi dei propri rifiuti.

Concentriamoci ad esempio sul problema della plastica: proprio l'8 giugno, in occasione della World Oceans Day[2], l'ONU ci comunica che gli oceani sono contaminati da oltre 150 milioni di tonnellate di materiali inquinanti, e ogni anno se ne aggiungono altri 8 milioni. Nel frattempo, uno studio di Legambiente con l'Università di Siena dimostra che la plastica che galleggia nei mari fa da ricettacolo di sostanze tossiche contaminanti, come il mercurio. Il rischio tangibile è che entrino nella catena alimentare.[3]

Cambiando l'ambiente di riferimento il risultato purtroppo rimane lo stesso: basandoci su una recente pubblicazione su Nature, il cui titolo è Environment and host as large-scale controls of ectomycorrhizal fungi[4], i funghi che alimentano gli alberi dei boschi europei sono sempre più inquinati dalle sostanze presenti nell'aria. Ciò comporta, logicamente, che anche gli alberi risentono dello stesso problema.[5] Il rischio qui è la stessa sopravvivenza delle foreste.

Sono tutti segnali, questi, che ci indicano come il nostro stile di produzione, consumo e smaltimento deve necessariamente subire un cambio di rotta passando ad una visione localizzata di tipo circolare, in grado di prevedere la vita presente e futura dei materiali abbattendo allo stesso tempo l'impatto che questi hanno sull'ambiente circostante.

Perché quest'ultimo non è inesauribile, è l'unico di cui disponiamo, e dobbiamo definitivamente capire di dovercene prendere cura e trattarlo con rispetto.

Il gruppo Green Holding da anni è impegnato nella ricerca e nell’applicazione di tecnologie e soluzioni per il recupero di materia ed energia dai rifiuti: recupero di energia elettrica dalla termovalorizzazione delle frazioni non riciclabili contenute nei rifiuti solidi urbani, recupero di materia (fanghi biologici in agricoltura) e avviamento a recupero di molteplici rifiuti provenienti da diversi settori industriali.

Marco Sperandio

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Tue, 24 Jul 2018 17:27:27 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/451/la-salvaguardia-dell-ambiente-avviene-mediante-una-visione-circolare-del-sistema marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Emissioni odorigene: cosa cambia con l’articolo 272-bis https://www.marcosperandio.net/post/450/emissioni-odorigene-cosa-cambia-con-l-articolo-272-bis

Dal 19 dicembre 2017è entrato in vigore l’art. 272-bis, che dopo tanto tempo ha aggiornato il Testo Unico Ambientale (T.U.A.), ridefinendo competenze e responsabilità sulla legiferazione, vigilanza e controllo delle emissioni odorigene. Con l’introduzione di questo testo di legge, infatti, tutti gli impianti che rilasciano tali emissioni nell'atmosfera sono chiamati a rispettare la Normativa Nazionale[1], che a sua volta ne delega la gestione autonoma alle singole Regioni.

Gli odori rappresentano uno degli impatti ambientali più importanti in vista della loro notevole ricaduta sulla qualità della vita dei soggetti esposti, cittadini e non.

Ogni Regione regolerà per ciò che la compete le emissioni odorigene degli stabilimenti presenti sul proprio territorio, ne detterà indirizzi e linee guida attraverso propri provvedimenti, allo scopo di fornire tutti gli strumenti necessari alle Autorità Competenti, che valuteranno e rilasceranno specifiche autorizzazioni, e a tutti gli altri attori sociali del settore, così da concedere loro un preciso quadro tecnico di riferimento.

La Lombardia, per citare un esempio, ha pubblicato sul portale regionale le Linee guida di settore, e ha provveduto a fornire le “Determinazioni generali in merito alla caratterizzazione delle emissioni gassose in atmosfera derivanti da attività a forte impatto odorigeno”, oltre che a definire una parte relativa al monitoraggio di queste emissioni[2].

Il secondo comma della legge, poi, auspica l’avvio di un processo di unificazione e armonizzazione di tutte le normative regionali con lo scopo a medio-lungo termine di uniformare tutti i valori limite di emissioni odorigene, tutte le prescrizioni, e anche tutti i metodi di monitoraggio e di determinazione degli impatti ambientali.

Con tutta probabilità, potrebbero ricadere nell’art. 269 la quasi totalità degli stabilimenti industriali maleodoranti, che dovranno necessariamente dotarsi di un’apposita certificazione estendendo la propria autorizzazione anche alle emissioni odorigene. Gli Organi di Vigilanza, dal canto loro, potranno stabilire sia limiti più restrittivi ed adeguati, a seconda della tipologia di attività e dello stabile dove questa si svolge, sia prescrivere appositi piani di contenimento, come l’obbligo di dover prevedere un idoneo impianto o sistema di abbattimento odori.

E' importante che la questione delle emissioni odorigene sia stata disciplinata per legge a livello nazionale, così da preservare chi abita il territorio da effetti maleodoranti e soprattutto per dettare una linea comportamentale per le aziende. In modo da renderle più virtuose in questo senso e garantire loro una maggiore fiducia da parte della popolazione.

Per le imprese che gestiscono impianti come quelli del Gruppo Green Holding, infatti, l'appartenenza con il territorio è un punto fondamentale e imprescindibile della linea di condotta aziendale, e così dovrebbe essere per tutte le altre imprese analoghe. Il rispetto di questa Normativa rientrerà sicuramente tra le variabili in grado di garantire tale appartenenza. Per tale motivo, gli impianti del gruppo Green Holding hanno già da anni implementato tecnologie specifiche e modalità di trattamento dei rifiuti atte a minimizzare l’impatto odorigeno.

In alcuni impianti, come ad esempio quello di Liscate di Ambienthesis S.p.A, sono già applicati i limiti previsti da alcune direttive regionali che prevedono la captazione, il trattamento e l’analisi periodica degli effluenti gassosi per i quali sono stati fissati limiti specifici su alcuni composti quali COV, H2S, NH3 nonché il rispetto del limite sulle unità odorimetriche pari a 300 oue/m3, limite derivato dalla normativa regionale per gli impianti di compostaggio.

Marco Sperandio

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Wed, 18 Jul 2018 18:44:12 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/450/emissioni-odorigene-cosa-cambia-con-l-articolo-272-bis marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Dalmine: il territorio a scuola di economia circolare https://www.marcosperandio.net/post/449/dalmine-il-territorio-a-scuola-di-economia-circolare

Come presidente del C.d.A. dell'impianto Rea Dalmine S.p.A non posso esimermi dal porre l'attenzione sui cambiamenti di sistema, soprattutto se parliamo delle norme ambientali che regolano il nostro settore e, a cascata, tutto l'impatto ambientale che ha la gestione del trattamento dei rifiuti.

Stiamo infatti assistendo ad un cambio di paradigma, che ci trasporta da un modello gestionale lineare ad una visione invece circolare, incentrata sulla riabilitazione e il riutilizzo di materiali e aree di scarto.

Questo è stato, tra l'altro, il tema del convegno tenuto da Bergamo Sviluppo al Point di Dalmine lo scorso ottobre, nel quale si sono dettate le linee di quella che è definita l'impresa 4.0, e soprattutto di questa nuova concezione di economia[1]. Si è mostrato come l'impiego di risorse in modo più efficiente ha rappresentato per molte realtà un importante incremento economico. A riprova di tutto ciò sono stati esposti i successi realizzati in questi ambiti dalle start-up più innovative, per dimostrare come i nuovi modelli di economia circolare e collaborativa possono generare evidenti impatti positivi dal punto di vista ambientale, sociale ed economico[2].

E' importante per le istituzioni, per i cittadini e soprattutto per le imprese, quindi, entrare a conoscenza dei meccanismi etici e normativi che muovono la gestione presente e futura dei materiali, sia per non rimanere indietro ed incorrere in sanzioni, sia soprattutto per arrecare il minor danno possibile all'ambiente e al benessere di chi ci vive.

Per le stesse ragioni mi preme sottolineare come, sempre lo scorso anno a novembre, anche Ambienthesis S.p.A. abbia partecipato alla ventunesima edizione della Fiera Internazionale del Recupero di Materia ed Energia e dello Sviluppo Sostenibile Ecomondo 2017 con un proprio spazio espositivo[3]. Questo meeting rappresenta senza dubbio un appuntamento di riferimento per la green and circular economy per quanto riguarda i Paesi Europei del Mediterraneo. Si declina in un evento internazionale in grado di riunire gran parte degli attori territoriali che hanno a che fare con l'economia circolare, da chi si occupa di gestione e lavorazione dei rifiuti a chi tratta nuovi modelli di sviluppo sostenibile, al fine di creare un network tra tutte le aziende leader di mercato, conoscere e confrontare i trend, le innovazioni e le nuove tecnologie[4].

Tutto ciò è dovuto sicuramente al fatto che in questo settore l’Italia si pone ai primi posti in Europa, in particolare nell’efficienza energetica, nel riciclo dei rifiuti e nella produttività delle risorse. Una posizione virtuosa che, però, fa ancora troppo spesso i conti con una mancanza di programmazione sul medio-lungo termine per quanto riguarda la gestione dei rifiuti da trattare.

Siamo proprio per questo chiamati a compiere uno sforzo maggiore, un adeguamento di sistema che ci renderebbe in linea con la Normativa Europea che all'inizio del 2018 ha decretato, tra gli obiettivi, la riduzione 30% del consumo di materie prime, quella del 50% delle emissioni totali di gas a effetto serra, la crescita del 5% del PIL, oltre che la creazione di oltre un milione di posti di lavoro entro il 2030.[5]

Marco Sperandio

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Tue, 10 Jul 2018 18:42:36 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/449/dalmine-il-territorio-a-scuola-di-economia-circolare marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Dalmine, lo sport è un successo per il territorio https://www.marcosperandio.net/post/448/dalmine-lo-sport-e-un-successo-per-il-territorio

Quella di Dalmine non è soltanto una storia di avanguardia imprenditoriale, ma anche e soprattutto una realtà sociale etica e di successo quando parliamo di gestione territoriale d'impresa.

Sul modello delle grandi realtà europee, infatti, anche per l'impianto di Rea Dalmine abbiamo voluto adottare la termoutilizzazione come soluzione più adeguata per lo smaltimento dei rifiuti. E lo abbiamo fatto abbattendo vertiginosamente le percentuali d’inquinamento, assestandoci a una media di 80 punti percentuale sotto gli standard europei richiesti.

Ma guardando la realtà di Dalmine un altro grande successo si può annoverare senza dubbio nell'aver creato un filo diretto tra l'azienda e il territorio che la ospita, andando ad esempio a sponsorizzare l'U.S. Città di Dalmine, squadra di calcio dilettantistico della città, nel suo percorso di formazione e di affermazione sportiva.

"Grazie all'inserimento di nuove figure all'interno della società negli ultimi anni, l'U.S. Città di Dalmine ha avuto la possibilità di impostare per il futuro i miglioramenti necessari riguardanti il settore giovanile, comprendendo un progetto tecnico-educativo denominato young talent, un codice etico ed un regolamento interno per tesserati e genitori per rendere l'offerta più completa e funzionale agli obiettivi prefissati"[1] recita il sito societario. Ed è proprio questa la visione che muove il tutto: eliminare man mano tutte quelle conflittualità che hanno definito le società calcistiche precedenti, creando al contempo una stretta collaborazione con tutti gli attori sociali al fine di supportare un modello sociale nel quale tutti i cittadini dalminesi possano riconoscersi.

A oggi, il consiglio direttivo dell’U.S. Città di Dalmine agisce in completa armonia ed è rappresentato da tutte le frazioni che compongono il Comune.
Inoltre grazie anche alla nostra sponsorizzazione la Società è in grado di finanziare e gestire la scuola calcio estiva per i più piccoli, offrendo quindi un servizio alle famiglie e al contempo sviluppando il senso di comunità attraverso lo sport nei bambini. Sperando che diventino, naturalmente, dei futuri campioni.

Una sinergia questa che ha permesso nel settembre dello scorso anno l'affiliazione al Chievo Verona come Top Club. "Il confronto è utile e fa crescere anche il Chievo. La scintilla della collaborazione è scoppiata subito. La crescita dei tecnici si riversa poi sui ragazzi perché alcuni diventino ottimi giocatori e tutti dei bravi uomini" ha affermato in occasione della giornata di presentazione del progetto il presidente scaligero Luca Campedelli.[2] Al di là dell'utilizzo del marchio e della metodologia del Chievo Verona, per la squadra di Dalmine verranno messi a disposizione corsi di formazione per i tecnici, quattordici visite tecniche ogni anno da parte dello staff veronese, un torneo riservato alle società affiliate, la partecipazione al Campo Estivo e soprattutto la possibilità per i ragazzi che a Dalmine si distinguono da un punto di vista comportamentale di partecipare a test di ammissioni nella società veronese.

A noi di Rea Dalmine, naturalmente, la sponsorizzazione permette di veicolare quei valori positivi di dinamicità, freschezza, onestà e serietà, sfruttando un canale comunicazionale incredibilmente influente. Ci permette di arrivare a un target vasto ed eterogeneo, che fa leva su un linguaggio semplice e diretto, oltre che sull'esperienza ludica e di confronto che da sempre contraddistingue il vissuto delle persone.[3]

E' quindi una soluzione win win, dove però il vero vincitore è il territorio di Dalmine stesso che grazie alle collaborazioni tra i vari attori sociali che lo vivono acquisisce un incremento valoriale e permette una crescita congiunta ed eterogenea, perseguendo tutti gli stessi valori e la stessa visione.

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Sat, 7 Jul 2018 14:25:10 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/448/dalmine-lo-sport-e-un-successo-per-il-territorio marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)
Rea Dalmine, la comunità come valore aggiunto: Palazzo Visconti torna al pubblico https://www.marcosperandio.net/post/444/rea-dalmine-la-comunita-come-valore-aggiunto-palazzo-visconti-torna-al-pubblico

Quella dell'impianto di Rea Dalmine è una bellissima favola d’imprenditoria italiana, che vede tra le sue medaglie l'attesa riapertura al pubblico del settecentesco Palazzo Visconti di Brignano.

Anche conosciuto come Castello di Brignano, questo Sito è un edificio che nel suo complesso ha origine medievale e che sull'orlo del fallimento è stato rilevato dalla Rea Dalmine nel 2007. Ne è seguita nel 2012 una mirata attività di restauro di tutti i tetti e soprattutto di circa 10.000 mq di pareti affrescate presenti nelle sale interne.

Un incredibile patrimonio artistico ospitante opere realizzate, tra gli altri,  anche dai fratelli Galliari di Treviglio, Palazzo Visconti è conosciuto anche come castello dell'Innominato perché si ipotizza che Manzoni si sia ispirato a Bernardino Visconti, nato il 16 settembre 1579 proprio a Brignano, per realizzare il suddetto personaggio nella sua opera più famosa I promessi sposi.[1]

Dopo venti anni di chiusura al pubblico, nelle giornate del 25 e 26 marzo del 2017 finalmente si è reso possibile per un enorme folla di visitatori la riscoperta delle bellissime Sale del Palazzo Nuovo, tra le quali sicuramente quella di Amore e Psiche, la Sala dei Fratelli Galliari e quella dell'Eroe Ferito[2], oltre che il locale del Teatrino e altre bellezze artistiche del sito.

Tutto questo grazie all'opera di FAI (Fondo Ambiente Italiano), che con le sue Giornate di Primavera ha organizzato la visita dei siti artistici più rappresentativi del luogo, attraverso il volontariato dei ragazzi della seconda e terza media di Brignano, del liceo Simone Weill di Treviglio, del Galilei di Caravaggio, del Mascheroni di Bergamo, oltre naturalmente molte altre persone che sono accorse a porgere il loro aiuto.

"Palazzo Visconti ha una potenzialità enorme. Può essere un volano importante per il turismo e tutto il territorio, l’abbiamo toccato con mano nelle giornate del Fai in primavera, quando in due giorni abbiamo avuto 3.600 visitatori per ammirare gli affreschi che da 20 anni erano chiusi al pubblico" ha enunciato il sindaco in occasione dell'evento.[3]

E' recente la notizia, poi, che la Rea Dalmine ha dato la disponibilità per una ulteriore giornata di apertura di alcune delle sale del Castello all’interno di un'iniziativa dal nome “Giornate dei Castelli, palazzi e borghi medievali 2018” che vedrà la sua inaugurazione il giorno 22 luglio 2018.

Penso di parlare a nome del Gruppo se dico che noi come Rea Dalmine siamo orgogliosi di aver contribuito a tutto questo, convinti che un legame col territorio sia indispensabile alle imprese che lo vivono e che non ci sia una manifestazione di connessione migliore di una rivalorizzazione dei tesori che proprio questo territorio ospita. Spero quindi che il Palazzo Visconti possa rappresentare un modello per una nuova visione di comunità, e che anzi si possa continuare su questa strada per favorire lo sviluppo della maggiore quantità di capitale umano e artistico possibile.

Marco Sperandio

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Fri, 8 Jun 2018 00:00:00 +0000 https://www.marcosperandio.net/post/444/rea-dalmine-la-comunita-come-valore-aggiunto-palazzo-visconti-torna-al-pubblico marco.sperandio@greenholding.it (Marco Sperandio)