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21 febbraio, 2019

Un'analisi sull'Economia Circolare, un potenziale immenso a disposizione dell'Italia

In una situazione ambientale che ci impone uno sguardo sempre più vigile sulla tutela del nostro pianeta, è tempo di riflettere accuratamente sul tema dell'economia circolare e sulle sue immense potenzialità.

Dal Parlamento Europeo arrivano proprio in questi giorni nuove linee guida da adottare nei vari Stati membri per far sì che tutta la Comunità unita operi una netta inversione di rotta in termini di produzione, consumo e soprattutto smaltimento dei materiali.

Dopo le quattro direttive sull'economia circolare emanate lo scorso aprile, la nuova legislazione ha preso piede a partire da luglio e si è posta i seguenti obiettivi: Entro il 2025 a ogni Paese dell'Unione Europea è chiesto di riciclare il 55% minimo di rifiuti urbani e il 65% di tutti gli imballaggi, prevedendo in tal misura un risparmio annuo aziendale di circa 600miliardi di euro e la creazione di 140mila ulteriori posti di lavoro.

Il piano consiste nell'introduzione della raccolta separata dei rifiuti organici e il riciclaggio domestico attraverso l'autocompostaggio entro il 2024, per poi procedere alla separazione della raccolta dei rifiuti tessili, passando nel 2030 al riciclo di almeno il 60% dei rifiuti urbani e il 70% degli imballaggi, per finire, entro il 2035, al 65% dei rifiuti urbani limitando lo smaltimento in discarica al solo 10%.
Il tutto supportato da un finanziamento proveniente dai Fondi strutturali e d'investimento europei (ESI), un bacino di 5,5miliardi di euro per la gestione dei rifiuti, e da un sostegno di 650milioni di euro nell'ambito di Orizzonte2020 (un programma europeo di finanziamento per la ricerca e lo sviluppo), oltre, naturalmente, a investimenti nazionali nell'ottica dell'economia circolare[1].
Se ci focalizziamo sulla situazione specifica del nostro Paese, poi, possiamo notare come, al di là di una grave deficienza e omologazione territoriale di impianti, il substrato culturale e operativo dei singoli individui lasci presupporre un buon attecchimento dei processi di economia circolare e sviluppo sostenibile. Le stesse aziende più innovative sembrano aver ormai assimilato come l'adozione di un modello di business circolare può apportare nient'altro che benefici.

Secondo la definizione di uno degli istituti più autorevoli in materia, la Ellen MacArthur Foundation, stiamo parlando di "un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera". Viene poi fatto un elenco di quelli che sono i criteri fondamentali di questo modello, che possono essere ricondotti all'eco-progettazione, alla modularità e versatilità della produzione dei materiali, al campo delle energie rinnovabili, ad un approccio eco-sistemico al lavoro e allo sviluppo, e al più comune recupero dei materiali di scarto.

Con 256,3 tonnellate per milione di euro prodotto (dati Eurostat), l'Italia si pone come il più efficiente tra i Paesi europei nel consumo di materiale, subito dopo la Gran Bretagna (che invece sfrutta 223,4 tonnellate per milione di euro, ma ha un'economia dettata più dalla finanza che dal commercio). Rispetto al 2008 abbiamo poi dimezzato il consumo di materia ponendoci all'avanguardia addirittura per la Germania, che si arresta alle 423,6 tonnellate per milione di euro.

Al loro seguito, invece, ma ben prima della Francia, Spagna e Regno Unito, ci posizioniamo come il secondo Paese per riciclo industriale vantando ben 48,5 milioni di tonnellate di rifiuti non pericolosi avviati al recupero. Grazie a questo importo riusciamo a risparmiare energia primaria fin oltre una quantità di petrolio equivalente a 17 milioni di tonnellate, riducendo quindi le emissioni per circa 60 milioni di tonnellate di CO2 (dati provenienti dall'Istituto di ricerche Ambiente Italia).

Dall'opera Economia Circolare in Italia di Duccio Bianchi (Edizioni Ambiente) si possono evidenziare altri dati sui quali porre attenzione. Il nostro Paese genera, a parità di potere d'acquisto, 4 euro di Pil ogni kg di risorsa consumata, una cifra enorme se consideriamo che la media europea è di 2,24 e tutte le altre grandi economie del Vecchio Continente oscillano tra il 2,3 e il 3,6. Inoltre, stando sempre a questi dati, rappresentiamo il Paese europeo che ha registrato negli ultimi quindici anni il più ingente miglioramento dell'efficienza d'uso delle risorse, addirittura un +281%, sempre in Pps).

E' proprio per questi presupposti che sui nostri territori prendono il via delle vere e proprie filiere della sostenibilità made in italy, quali ad esempio il Circular Economy Network, nato lo scorso maggio e presieduto dall'ex ministro Edo Ronchi. Questo rappresenta l'osservatorio della circolarità in Italia ed è diretto dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e da una cooperativa di 13 aziende e associazioni d'impresa, dai consorzi di riciclo alle imprese di bioplastiche, passando per le acque minerali e le multiutility. Il fine di questo Network è rappresentato dalla promozione e dallo sviluppo delle tecniche di economia circolare in Italia.

Precedente a questo progetto vi era stata l'Alleanza per l'economia circolare che, nata dalla cooperazione tra Enel, Banca Intesa, Novamont, Costa Crociere, Gruppo Salvatore Ferragamo, Bulgari, Fater e Eataly, aveva stilato un vero e proprio Manifesto per l'Economia Circolare, con lo scopo di dotare le imprese di una serie di mezzi tecnici, di sistema, finanziari e di co-working in grado di sviluppare la loro competitività sul mercato.

C'è una terza filiera, promossa dalla direttrice Sviluppo Sostenibile di Bulgari e ideatrice di Aisec (Associazione Italiana per lo Sviluppo dell'Economia Circolare), che vanta una imponente rete di imprese tra cui Autogrill, Intesa San Paolo e Ferragamo. "Leghiamo l’intervento circolare a quello sociale. Andiamo ad interagire coi territori in un’ottica di rigenerazione urbana e riqualificazione sociale con una particolare attenzione alla disoccupazione e alla disabilità. L’ambiente è solo una faccia della medaglia l’altra è il recupero sociale", si può leggere nella mission di presentazione del progetto[2].

Tutte queste iniziative lasciano ben sperare nei confronti di una rinascita imprenditoriale che possa ripartire proprio da quanto, come Paese, riusciamo a recuperare e a implementare. Come sempre, la sfida risiederà nel generare, a partire dalle Istituzioni, una programmazione sistemica e lungimirante che possa finalmente sfruttare questo immenso potenziale di cui disponiamo.

Marco Sperandio